Nell’immaginario collettivo, donare un abito dismesso a un charity shop è un gesto circolare e virtuoso: libera spazio nell’armadio, sostiene una causa benefica e offre a qualcun altro la possibilità di vestirsi a prezzi accessibili. Ma cosa accade realmente una volta varcata la soglia del negozio?
A svelare i meccanismi nascosti di questo settore è la giornalista investigativa britannica Tansy Hoskins nel libro d’inchiesta The Charity Shop World. Hoskins, già nota per testi critici sull’industria dell’abbigliamento come The Anti-Capitalist Book of Fashion e Foot Work, mette a nudo una filiera globale opaca, dominata da logiche speculative, sovrapproduzione e colonialismo dei rifiuti.

L’illusione della beneficenza
L’inchiesta di Hoskins parte da un dato strutturale: la stragrande maggioranza dei capi conferiti nei charity shop non viene mai venduta all’interno dei negozi. Dopo aver lavorato sotto copertura per sedici mesi in un punto vendita nel Regno Unito, l’autrice racconta una realtà ben diversa dalla narrazione comune: “L’unico momento in cui una donazione è davvero una donazione è quando viene consegnata al negozio. Un secondo dopo, diventa una merce.”
Nei retrobottega, il personale è costretto a una selezione brutale tra due contenitori: ciò che ha reale valore commerciale per gli scaffali locali e tutto il resto. Spesso si tratta di abiti di scarsissima qualità, capi fast fashion già usurati, rovinati o persino ancora cartellinati ma invendibili.
Le eccedenze non restano all’associazione: vengono vendute a peso a società commerciali di raccolta e riciclo (la cosiddetta industria del rag sorting). Se un tempo queste aziende pagavano circa 45 pence al chilo, la svalutazione della qualità ha spinto i prezzi al ribasso fino a circa 15 pence. Da qui in avanti, la beneficenza lascia il posto al puro commercio all’ingrosso.
Volontariato in prima linea, fondi offshore alle spalle
I charity shop inglesi si reggono quasi interamente sul lavoro gratuito di centinaia di migliaia di volontari, prevalentemente donne anziane o pensionate spinte dal desiderio genuino di sostenere gli hospice locali, la ricerca medica o le comunità di quartiere. In Gran Bretagna c’è una radicata cultura della donazione, ma Tansy Hoskins nel suo lavoro investigativo ha cercato di capire come funziona realmente il sistema e se davvero le intenzioni dei donatori vengono realizzate alla fine del percorso.
Risalendo la catena logistica delle grandi aziende di riciclo e gestione tessile — come il gruppo britannico TRI — l’inchiesta porta alla luce complesse strutture societarie transfrontaliere: società veicolo e holding ramificate tra Lussemburgo, Paesi Bassi e Liechtenstein; partecipazioni schermate nelle Isole Cayman; fondi di private equity e patrimoni milionari attratti dalla redditività della compravendita di scarti tessili.
Le persone donano tempo e vestiti per finanziare l’assistenza ai malati terminali; il risultato indiretto è l’arricchimento di speculatori e intermediari globali. E la gran parte del materiale raccolto finisce il suo percorso in Africa, in India, in Pakistan, spesso in una discarica.
Il nodo irrisolto: tra sovrapproduzione e il miraggio del riciclo
Perché questo circuito continua a espandersi a ritmi insostenibili? La radice del problema non risiede nell’inefficienza logistica, ma nell’iper-produzione del modello fast fashion. Dice Tansy Hoskins: “In assenza di regole severe, l’atto del donare rischia di trasformarsi in un perfetto alibi morale per il consumatore: la rassicurazione psicologica che svuotare l’armadio ogni cambio di stagione sia indolore, consentendo di continuare ad acquistare compulsivamente“.
Regolazione e riprogettazione: le strade obbligate
Individuato il problema, l’attenzione si sposta sulle soluzioni. Il cambiamento non può essere affidato esclusivamente alla buona volontà individuale o alla cosiddetta autoregolamentazione dei brand, che ha storicamente fallito. La legislazione EPR, le norme sull’ecodesign, la garanzia di salari dignitosi lungo la filiera, sono interventi non rimandabili.
Conclude Tansy Hoskins: la domanda fondamentale con cui ogni designer dovrebbe iniziare il proprio lavoro è: cosa accadrà a questo capo tra cinque anni, quando chi l’ha comprato non lo vorrà più?
Potete vedere l’intervista in inglese al link qui sotto
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Il costo nascosto della cultura delle donazioni: l'intervista a Tansy Hoskins
Silvia Gambi
Il mio interesse per la sostenibilità è iniziato diversi anni fa e ho avuto la fortuna di assistere al percorso fatto da tante aziende per avvicinarsi a questo tema. All’inizio si chiamava Green economy, è iniziato tutto così. Leggi tutto



