Quanti sono gli scarti che vengono prodotti lungo tutto il processo di lavorazione di un capo? E quanti sono i filati, i tessuti, i capi, che vengono prodotti e che poi non vengono utilizzati? Barbara Guarducci e Alessandra Favalli hanno creato il progetto Mending for Good per aiutare le imprese a creare valore da quello che sembra non averne più, guardando in maniera diversi ai propri scarti. Mettendo insieme brand, cooperative sociali e artigiani specializzati riescono a creare nuove opportunità che mi hanno raccontato nell’intervista di questo episodio. “C’è in corso una rivoluzione gentile, ma è pur sempre una rivoluzione”, mi ha detto Barbara.

Cos’è il preconsumer

Abbiamo tutti gli occhi puntati sulla enorme quantità di rifiuti tessili che vengono prodotti nel mondo. Gli abiti che non usiamo più o che non abbiamo mai utilizzato rappresentano una enorme quantità di materiale che non possiamo più immaginare di incenerire, e che devono essere riciclati. Ma non sono solo gli abiti usati a trasformarsi in rifiuti: prima di arrivare al consumatore la produzione di un capo di abbigliamento produce moltissimi scarti. Sono scarti di lavorazione, prove colore o campioni, tessuti o filati prodotti che poi non entrano in collezione, abiti invenduti per i motivi più svariati. Si chiamano scarti pre-consumer, per distinguerli dagli abiti usati che sono post-consumer. Sugli scarti pre-consumer in questo momento sono in corso numerose iniziative: i designer sono interessati ad utilizzarli per avere la possibilità di usare materiale di qualità a un costo più basso. Naturalmente riguarda solo collezioni limitate, che non sono ripetibili. Ma ci sono anche i brand, che vogliono trovare un modo poco impattante di smaltire il proprio invenduto; la legislazione europea sta lavorando su questo tema per cercare di ridurre la sovrapproduzione legata al sistema moda. Il pre-consumo è il tema del momento ed è molto interessante progettare nuovi usi per questi materiali, creare nuova ricchezza da cose che altrimenti finirebbero in discarica. Ma non può bastare: è necessario anche rivedere i processi produttivi, individuare le fasi che creano maggiori scarti, apportare dei correttivi. Produrre meno, produrre meglio, insomma. 

Gli sprechi sul banco di taglio

Per prevenire gli sprechi è fondamentale innanzitutto fare una progettazione intelligente. Metodi di produzione come il “cut&Sew” in genere utilizzano fino all’85% del tessuto. Nel caso dei capispalla per adulti, lo spreco di tessuto oscilla tra il 10 e il 20 percento. Le aziende stanno inserendo sistemi di progettazione 3D, che permettono di eliminare gli sprechi in fase di progettazione e di creare dei modelli fedeli, che possono poi essere riprodotti.

Sono allo studio anche metodologie di taglio innovativo come il Zero-Waste Pattern Cutting (ZWPC), che  permetterebbe di risparmiare oltre sessanta miliardi di metri quadrati di spreco di tessuto durante la produzione di massa di abbigliamento: lo ha stabilito in uno studio l’Università di Manchester. Il sistema Zero-Waste Pattern Cutting potrebbe rappresentare il futuro in questo campo. Per eliminare gli sprechi, gli scarti di tessuto devono essere considerati fin dall’inizio e durante la progettazione e il taglio del modello.

https://designforlongevity.com/articles/every-little-counts

La nuova frontiera dell’upcycling

Lavorare recuperando gli scarti di produzione viene accompagnato da una serie di scelte che rendono questo modello di business più sostenibile: generalmente si producono poche quantità, spesso su ordinazione. La produzione avviene localmente, con catene di produzione corte, coinvolgendo realtà artigianali e cooperative sociali. E’ una vera e propria filosofia produttiva, insomma, che si accompagna a scelte di responsabilità in vari ambiti.

Rafael Kouto, uno dei designer più interessanti nel panorama dell’upcycling, è stato protagonista di uno degli episodi del podcast e realizza veri e propri progetti di coutore. In Italia è interessante anche l’esperienza di Nasco Unico, che realizza blazer su misura da materiale di recupero. Anche Vernisse recupera avanzi di tessuti, maglieria, scampoli, per realizzare abiti che raccontano un nuovo concetto di lusso. Bellissime e visionarie sono le collezioni del marchio fiorentino AVAVAV

Anche i brand del lusso stanno iniziando ad esplorare questo mondo, guardando in casa propria quello che è destinato ad essere gettato e reinterprerandolo. Soprattutto per accessori e pelletteria, possono venire fuori delle creazioni interessanti. MM& Maison Margiela ha creato una capsule di accessori, Acne Studio una collezione, Miu Miu ha reinterpretato abiti vintage arricchendoli con dettagli preziosi. In tutte queste reintepretazioni l’artigianato ha una funzione fondamentale: solo mani esperte e padrone di tecniche particolare possono dare nuovo valore a un capo che deve essere reinterpretato a un tessuto che deve prendere forma.

Aziende che lavorano con scarti e stock

Se siete dei designer e siete interessati a trovare materiali di aziende italiane in stock potete cercare sul sito della pratese Beneficio, che vende stock delle aziende del distretto da tanti anni e che recentemente ha anche aperto uno store on line.

www.beneficiofabrics.com

C’è anche chi ha pensato di costruire una certificazione per garantire la tracciabilità dei dead stock: è il protocollo, tutto italiano, Waste mark. Elenca una serie di specifiche e metodi di sviluppo che garantiscono l’esecuzione del ciclo chiuso di produzione monitorato in ogni sua fase attraverso un sistema di blockchain. Sempre a Prato c’è il brand Re-Verso che si occupa della raccolta, selezione, trasformazione di ritagli pre-consumer di lana e cashmere  ricreando tessuti e filati che possono essere impiegati in nuove collezioni. Brand come Patagonia, Stella Mc Cartney, Ferragamo, hanno realizzato delle capsule per testare il valore della rigenerazione anche dei propri scarti.

Il progetto Mending for good

Mending for Good è un progetto innovativo creato da un team di donne che vivono tra Londra e l’Italia che offre soluzioni creative e etiche per produzione in eccesso e scarti di brand del lusso.
La rielaborazione delle rimanenze è realizzata da un network di cooperative sociali che operano sia in italia che in UK che si occupano di artigianato tessile di alta qualità. Vantano già collaborazione interessanti con diversi brand, che aiutano anche a fare una valutazione di quelli che sono gli stati dei loro processi. A volte la ricchezza è dove non ci si aspetta, soprattutto quando si guarda al processo produttivo sempre con gli stessi occhi. I capi vengono realizzati grazie alla collaborazione di un rete di artigiani e di cooperative sociali come la sartoria di San Patrignano. Protagoniste dell’intervista sono Barbara Guarducci, direttrice creativa del progetto e co-founder insieme a Saskia Terzani; e poi Aessandra Favalli, responsaibile marketing del progetto. 

Mi hanno parlato della rivoluzione gentile che è in corso e del lavoro che svolgono con le cooperative sociali. Ponendo anche un dubbio interessante: perché questi devono essere sempre considerati “progetti speciali”? Non potrebbero far parte di una nuova normalità? Ascoltate l’intervista