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Il Made in Europe ha un problema con i salari dei lavoratori

Solo Moda Sostenibile - Made in Europe

Quando si parla di Made in Europe ci sentiamo rassicurati: ci sembra che il fatto che un capo sia prodotto in Europa significhi che c’è un maggiore livello di attenzione a livello ambientale e sociale. Purtroppo non è così: la situazione viene fotografata benissimo dall’ultimo rapporto pubblicato da Campagna Abiti Puliti, “Come calcolare l’Europe Floor Wage“. Un rapporto interessante, che fotografa la situazione in 15 Paesi europei, ma il risultato che emerge è poco incoraggiante: il salario medio con il quale vengono retribuiti i lavoratori corrisponde a 1/4 del livello considerato dignitoso.

Chi sono i lavoratori europei del fashion

In Europa centrale, orientale e sud-orientale sono complessivamente 1,7 milioni i lavoratori che operano nel fashion. Di questi la maggioranza sono donne, proprio come nei paesi asiatici. Questi lavoratori vengono retribuiti con paghe da fame, è proprio il caso di dirlo, perché in molti casi sono stipendi così bassi da non riuscire nemmeno a coprire il costo dei beni alimentari per la famiglia. Avere un lavoro e vivere in condizione di povertà può sembrare un paradosso, invece accade in tanti Paesi.

Della condizione dei lavoratori del fast fashion ne avevo parlato con Deborah Lucchetti, coordinatrice nazionale della Campagna Abiti Puliti, nell’episodio 32 del podcast (ascoltalo qui). Campagna Abiti Puliti ha appena lanciato questo studio sull’Europe Floor Wage, frutto di sei anni di lavoro: prende in considerazione gli stipendi pagati in 15 paesi Europei, di cui 7 membri dell’Unione Europea.

Una questione di genere

Innanzitutto si evidenzia che il fatto che la stragrande maggioranza dei lavoratori del fashion siano donne crea delle situazioni di gravi disparità e sfruttamento. Le donne vengono infatti pagate meno degli uomini e a loro vengono anche proposte minori possibilità di avanzamento a mansioni superiori o di coordinamento. Così finisce che sono le donne a sopportare il peso di questo sfruttamento: in molti casi il loro è l’unico stipendio che entra in casa. Ci sono delle zone d’Europa dove c’è un alto tasso di disoccupazione maschile, oltre ad altri problemi sociali, e l’entrata familiare garantita dalle donne può rappresentare l’unico reddito della famiglia. Però questo salario non può essere considerato dignitoso, perché non è sufficiente a coprire le necessità essenziali di una famiglia.

Ci sono dei Paesi dove viene stabilito un salario minimo, ma questo è molto lontano da un salario che possa essere considerato dignitoso. Eppure proprio il diritto al salario dignitoso è considerato un diritto umano, sancito anche dalle Nazioni Unite. L’ art. 23 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani sancisce: “Ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a sé stesso e alla sua famiglia un’esistenza conforme alla dignità umana”

Come si calcola un salario dignitoso

Come si legge nel rapporto, un salario dignitoso “deve essere sempre sufficiente a soddisfare i bisogni primari dei lavoratori, ivi compresi l’accesso ad acqua potabile sana, i servizi igienici, i trasporti pubblici, l’assistenza sanitaria e l’istruzione”, per soddisfare i bisogni primari delle famiglie e garantire anche un piccolo reddito da gestire in maniera discrezionale.

Secondo l’indagine di Campagna Abiti Puliti i salari minimi, e non quelli che vengono considerati dignitosi, mediamente coprono i due terzi della soglia di povertà della UE: una situazione drammatica. Qui potete vedere il rapporto tra il salario minimo e il salario dignitoso nei vari Paesi presi in considerazione.

https://www.abitipuliti.org/wp-content/uploads/2021/03/EuropeFloorWage_report_ITALIA.pdf

La Commissione Europa e i salari minimi

Nel mese di ottobre la Commissione Europea ha adottato una direttiva per l’adeguamento dei salari minimi all’interno degli Stati membri. Il salario minimo esiste in tutti gli Stati membri dell’UE. In 21 paesi esistono salari minimi legali mentre in 6 Stati membri (Danimarca, Italia, Cipro, Austria, Finlandia e Svezia) la protezione del salario minimo è fornita esclusivamente dai contratti collettivi. Eppure sono ancora tanti i lavoratori all’interno dell’Unione Europea che non godono di questo diritto e per questa la direttiva si propone di creare un sistema per rendere l’accesso ai lavoratori a questa tutela più efficace.

Il reshoring e i salari

Soprattutto in questi ultimi mesi, con la pandemia e gli stravolgimenti del mercato in Asia, stiamo assistendo a un ritorno della produzione del fashion in Europa. Si tratta anche di quelle attività di assemblaggio e cucitura del capo che sono attività a basso valore aggiunto, che in Asia creano situazione di pericoloso sfruttamento. Ma lo stesso meccanismo si crea anche in Europa: ci sono Paesi, anche tra quelli che fanno parte dell’Unione Europea, che stanno accettando commesse per costi sempre più bassi e sono poi i lavoratori a fare le spese di queste scelte. In una situazione di crisi economica, ogni opportunità deve essere accettata: per questo tante volte anche gli Stati chiudono un occhio di fronte alle scelte dei grandi brand che stanno rilocalizzando la catena di produzione. Questo, però, non crea ricchezza per nessuno.

Make it British Campaign

In Gran Bretagna da qualche mese il Governo ha lanciato una campagna, “Make it British Campaign” . Un modo per stimolare la produzione interna e far tornare i brand a produrre all’interno del Paese: dopo la Brexit la situazione è diventata molto complicata. Per la moda britannica il passaggio alle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, in seguito all’uscita dalla Ue, costerà tra le 850 e le 900 milioni di di sterline in dazi all’export. Per questo tanti brand britannici stanno valutando la possibilità di spostarsi nella Ue, anche perché è diventato complicato trovare in Gran Bretagna manodopera specializzata nel settore. Molti produttori di abbigliamento nel Regno Unito sono piccole imprese con meno di 10 lavoratori e non sono in grado di soddisfare le richieste dei produttori. Non basta fare una campagna e lanciare uno slogan per far tornare operativa una filiera che negli anni è andata persa.

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