La Francia promuove l’economia circolare per legge: tra provvedimenti anti-spreco e normativa EPR

Una serie di impegni concreti per affrontare i problemi ambientali e sociali stanno facendo della Francia un laboratorio straordinario per sperimentare nuovi modelli produttivi legati all’economia circolare. La sostenibilità si fa anche con le leggi, ormai abbiamo capito che lasciare che sia il mercato a regolarsi volontariamente per ridurre il proprio impatto ambientale non porta grandi risultati. Le nostre scelte di consumo consapevole sono importanti, ma la politica deve farsi carico della responsabilità di accompagnare la società e il mondo imprenditoriale verso il cambiamento.

In Francia da anni si sta lavorando per ridurre gli sprechi, responsabilizzare i produttori nei confronti di quello che immettono sul mercato, rendere il sistema produttivo più trasparente. Tanti interventi normativi ai quali si è aggiunta a fine luglio la legge sul clima e la resilienza. Si tratta di una serie di interventi multisettoriali, che però toccano pesantemente anche il tessile e che sono destinati ad avere un impatto sul sistema moda e sui modelli produttivi.

La EPR, la responsabilità estesa del produttore

La Francia è stato il primo paese ad approvare una normativa sulla responsabilità estesa del produttore (EPR) nel settore tessile (ne avevo parlato qui). Praticamente spetta a chi immette sul mercato il prodotto la responsabilità finanziaria e organizzativa della fase della gestione della fase del fine vita in cui il prodotto diventa un rifiuto. Questo per incentivare i produttori a prendere in considerazione aspetti come la riciclabilità, la riusabilità e la durata dei loro prodotti già in fase di progettazione. A una normativa del genere sta pensando anche l’Italia e anche Commissione Europea potrebbe approvare una normativa quadro prima del previsto. Ma cosa è accaduto in Francia?

Secondo il rapporto dell’organizzazione Re_fashion nel 2020 in Francia sono stati prodotti e commercializzati circa 2,4 Miliardi di capi d’abbigliamento e calzature pari a 517 200 tonnellate di materiali: una cifra enorme, anche se inferiore alla media a causa del Covid. Nel Paese sono attivi circa 45 mila punto di raccolta di prodotti tessili e calzature 70 impianti in grado di gestire il recupero. Da questi hub sono state raccolte 204 mila tonnellate di materiali tessili e capi post consumo: di questi il 56% è stato destinato al riuso, ma solo il 5% di questa quota è stato destinato al mercato francese. L’altra fetta del second hand ha raggiunto i paesi africani, andando ad ingrossare la quantità di rifiuti che stanno riempiendo le discariche.

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E’ stato destinato a riciclo solo il 33,3% della raccolta, destinato alla produzione di TNT, stracci, nuovi filati e materiali compositi, il 9,1% è stato utilizzato per la produzione di carburanti, lo 0,7 % alla termovalorizzazione e il restante 0,4% alla discarica.

Quanto costa l’EPR ai produttori francesi

Secondo la normativa EPR i produttori tessili francesi sono chiamati a contribuire con una tassa alla promozione dell’economia circolare. Le quote raccolte consentono di coprire i costi di gestione dell’organizzazione e sviluppare iniziative di ecoprogettazione e di recupero dei materiali oltre a promuovere comportamenti e consumi più sostenibili.

I piccoli produttori (cioè le imprese cioè che producono non più di 5000 articoli anno o che realizzano un fatturato inferiore ai 750mila euro) pagano una quota fissa (€ 75 anno più IVA). Per gli altri le tabelle variano in ragione della dimensione dell’articolo prodotto: per i capi d’abbigliamento si va da € 0,002 più Iva per i capi più piccoli fino  a 0,0063 per quelli di grandi dimensioni, mentre per le calzature da € 0,05 a 0,063). Le imprese che adottano logiche di ecodesign sono però premiate con riduzione delle quote del 25%. E’ una voce che ha un certo peso nei bilanci dei brand.

La legge anti-spreco

La EPR si inserisce in un percorso legislativo per rendere più sostenibile la produzione iniziato da qualche anno. Nel 2020 è stata varata la legge anti-spreco che ha come obiettivo quello di eliminare rifiuti e inquinamento dalla fase di progettazione dei prodotti, accompagnando la trasformazione del sistema di produzione, distribuzione e consumo da un modello economico lineare a quello circolare. Si rivolge a tutti: aziende, cittadini, enti. Può essere sintetizzata in pochi punti:

  1. eliminazione graduale degli imballaggi in plastica monouso entro il 2040;

2. eliminazione gli sprechi incoraggiando il riutilizzo e sostenendo le organizzazioni di beneficenza;

3. azioni per contrastare l’obsolescenza programmata;

4. promozione di un miglior sistema di gestione delle risorse dalla fase di progettazione al recupero dei materiali;

5. impegno a fornire informazioni migliori e più trasparenti ai consumatori.

Con questa legge su alcuni temi la Francia è stata davvero una pioniera: ad esempio è il primo Paese a vietare la distruzione dei prodotti non alimentari invenduti. Invece di gettare in discarica o incenerire le merci invendute, le aziende le dovranno ora riutilizzare, donare o riciclare. (qui potete approfondire quali sono gli impatti attesi, raccontati dallo stesso Ministero francese)

Questa azione dovrebbe creare nuovi posti di lavoro e modelli di economia solidale, favorendo la creazione di 70.000 posti di lavoro nelle reti di riutilizzo e incoraggiando la donazione di beni invenduti a organizzazioni di beneficenza, sostenendo anche le persone che vivono in condizioni precarie.

In Francia ci sono 9,3 milioni di persone che vivono in condizione di povertà, a causa dell’aumento del costo della vita. Per esempio, ogni anno vengono distrutti quasi 180 milioni di euro di prodotti per l’igiene e la bellezza invenduti. Tuttavia, 3 milioni di francesi devono rinunciare a prodotti per l’igiene di base per mancanza di soldi e gli enti di beneficenza che sostengono le persone vulnerabili affrontano regolarmente carenze croniche di questi beni di prima necessità.

Arriva l’etichetta obbligatoria sull’impronta di CO2 sui capi

A luglio 2021 è poi arrivata la legge sul clima e la resilienza: Il tessile e la moda saranno toccati in maniera pesante dalla nuova normativa e i brand dovranno fare i conti con le nuove previsioni. Sul settore sono state previste anche nuove imposizioni, come quella di inserire nell’etichetta dei prodotti tessili l’impatto di CO2 registrato da quel prodotto. L’obiettivo è quello di stimolare la trasparenza da parte delle imprese e la consapevolezza dei propri acquisti da parte dei consumatori: la normativa diventerà operativa, a livello sperimentale, dal 2023.

Passo per passo la Francia sta disegnando il modello di produzione del futuro e sta diventando un laboratorio straordinario per il manifatturiero e per l’economia circolare. Resta da capire quale direzione prenderà la Strategia Europea per il Tessile Sostenibile, ma sicuramente non potrà che abbracciare le scelte francesi, aggiungendo qualche impegno in più. Ci aspetta un autunno interessante.

Photo cover by Chris Karidis on Unsplash

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