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L’invisibile ostacolo al riciclo degli abiti: i prodotti chimici

E’ molto rassicurante immaginare che ci sono così tanti brand e tante aziende che sono pronte a investire per il riciclo degli abiti usati: ci sono montagne di rifiuti tessili che stanno invadendo il mondo e finalmente questo è diventata una sfida quotidiana per tutti coloro che operano nel fashion. L’approccio circolare alla produzione è destinato a rivoluzionare il modo di produrre, perché fino ad oggi chi progettava abiti si era preoccupato di realizzare qualcosa di bello, da vedere e da indossare, ma non si era mai chiesto che fine avrebbe fatto quel capo al termine della sua vita. Adesso il riciclo sembra essere diventata la soluzione a tutti i problemi di sovrapproduzione, ma ci sono molti ostacoli alla riciclabilità degli abiti usati. Ad esempio la presenza di prodotti chimici, oggi vietati.

Prendiamo un maglione realizzato 20 anni fa, quando la normativa sull’uso dei chimici era diversa o quasi inesistente. Prima che venisse emanata la normativa europea REACH, che ha stravolto l’utilizzo della chimica in tutti i settori, imponendo paletti e restrizioni per evitare che continuassimo ad utilizzare sostanze chimiche dannose per l’ambiente e per la salute dell’uomo. Ecco, quel maglione che è stato realizzato con sostanze chimiche ammesse all’epoca, oggi è fuori norma: con il riciclo quelle sostanze che sono presenti nel vecchio maglione saranno trasmesse anche alla fibra riciclata? Pare proprio di si.

Lo studio di H&M e IKEA sui materiali riciclati

Il problema è molto più serio di quello che si pensa, tanto che H&M e IKEA nel 2018 hanno avviato insieme uno studio sui materiali riciclati, per indagare quello che succede alle fibre trattate una volta riciclate. I trattamenti chimici nei tessuti e nei filati sono molto importanti: servono per dare morbidezza al tatto, per trasmettere al tessuto performance come l’idrorepellenza, ma anche per rendere i coloranti più stabili: oggi l’industria della moda ha bisogno della chimica per essere creativa.

Ecco perché Ikea e H&M hanno avviato questo studio: hanno capito che, vista la loro dichiarata intenzione di utilizzare in misura sempre maggiore i tessuti riciclati, avrebbero dovuto fare i conti anche con il problema della chimica, oltre agli altri problemi legati al riciclo. IKEA e H&M hanno raccolto 166 campioni di tessuti a base di cotone, principalmente provenienti da vestiti che erano stati donati, e hanno trascorso mesi a esaminarli attraverso analisi chimiche, svolgendo 8.000 test. Lo studio ha finora trovato composti di cromo cancerogeni utilizzati nel processo di tintura nell’8,7% dei campioni e alchilfenoli etossilati, gli APEOS, che alterano gli ormoni utilizzati per produrre pigmenti nel 19,3% dei campioni. Ho preso questi dati da vecchi articoli trovati sul web, perché la presentazione dello studio è scomparsa dai siti dei due brand. In contemporanea con la presentazione dei risultati sul cotone, veniva anche annunciata la prosecuzione dell’indagine sul poliestere e la lana: questa seconda parte del lavoro avrebbe dovuto essere pronta nel 2020, ma non è ancora stata presentata.

Per il riciclo degli abiti usati la sfida è aperta

Il problema del riciclo degli abiti usati non è di poco conto: è impossibile sapere cosa contiene un abito che è stato realizzato quando la normativa era differente. Sono in corso sperimentazioni per estrarre certe sostanze chimiche durante il processo di riciclo, ci sono dei centri di ricerca negli USA e in Germania che ci stanno lavorando: ma il problema è che, anche se fosse possibile, si rischia che poi le sostanze proibite contaminino l’acqua con gli scarichi. Proprio per questo ci sono delle aziende che si stanno specializzando nel riciclo dei materiali pre-consumo: rappresentano i resti della lavorazione industriale, sono realizzati con gli standard odierni e possono anche essere accompagnati dalle necessarie dichiarazioni e certificazioni. Un bel problema risolto. Ma così la montagna di rifiuti tessili che produciamo resta intonsa.

Si parla molto di “riciclato” e “riciclabile” facendo una grande confusione soprattutto nei consumatori. Se l’obiettivo del riciclo è quello di prendere un abito usato e trasformarlo di nuovo in una fibra che può essere utilizzata per un prodotto moda, non ci sono molte alternative. Ne avevo parlato anche quando vi ho presentato le linee guida per la circolarità redatte da Fashion Positive (link qui). La lana è uno dei materiali che può essere riciclato: da un maglione usato si può realizzare una fibra che diventerà un nuovo maglione. Si fa a Prato, da 200 anni.

La restrizione sugli APEOS operativa dal 3 febbraio 2021

Gli Alchilfenoli etossilati (denominati genericamente APEOS) costituiscono una vastissima categoria di tensioattivi non ionici, caratterizzati da ottime performance, sia come detergenti, sia come emulsionanti e disperdenti. In generale sono stati utilizzati anche come ammorbidenti per anni, possono essere presenti in alcuni detersivi, sono utilizzati per il lavaggio della materia prima in Paesi in cui la normativa non sottopone questa sostanza chimica a restrizione. Anche l’indagine di H&M ed Ikea dimostra la loro importante presenza negli abiti usati.

La valutazione dei rischi condotta dall’Unione Europea sui nonilfenoli ha reso noto che l’uso attuale di APEOS crea pericoli significativi per l’ambiente acquatico, per il terreno e per gli organismi più complessi, tramite avvelenamento. In particolare possono portare ad uno sviluppo sessuale alterato in alcuni organismi, di cui l’esempio più noto è la “femminizzazione” dei pesci, un fattore che si ritiene abbia contribuito significativamente ai diffusi cambiamenti nello sviluppo sessuale e nella fertilità dei pesci nei fiumi del Regno Unito.

Dal 3 febbraio 2021 entreranno in vigore all’interno dell’Unione Europea alcune nuove restrizioni REACH: una di queste riguarda anche gli Apeos.

Dice la normativa.

  1. Non possono essere immessi sul mercato dopo il 3 febbraio 2021 in articoli tessili che possono ragionevolmente essere lavati in acqua nel corso del loro normale ciclo di vita, in concentrazioni pari o superiori allo 0,01 % in peso di tale articolo tessile o di ogni parte del­ l’articolo tessile.
  2. Il punto 1 non si applica all’immissione sul mercato di articoli tessili di seconda mano o di nuovi articoli tessili fabbricati senza l’uso di NPE ed esclusivamente con materie tessili riciclate.

Peccato che gli Apeos siano ampiamente presenti negli abiti usati, in particolare nelle maglie, proprio per la loro qualità ammorbidente. Questo sta creando grandi problemi al distretto di Prato e l’uso della lana riciclata potrebbe subire una battuta d’arresto. Perché, mi chiederete, se la norma dice che la restrizione non si applica a prodotti immessi sul mercato realizzati “esclusivamente con materie tessili riciclate”? Perché non è per niente facile realizzare prodotti esclusivamente con materiali riciclati. Evidentemente i tecnici che hanno scritto la norma non erano così preparati sul tema.

Sono necessari standard diversi per materiali vergini e materiali riciclati?

E così si arriva al grande dilemma: come si può stimolare l’economia circolare se un materiale riciclato deve attenersi alle stesse normative pensate per i materiali vergini? Se il riciclo è un’attività virtuosa, che va incentivata, non dovrebbero essere previsti standard diversi?

Il dibattito è in corso non solo in Italia e in Europa, ma anche negli Stati Uniti, dove si sta cercando di far tornare operativa e competitiva la catena di fornitura, incentivando la manifattura. Proprio negli Stati Uniti sono in corso esperimenti molto interessanti sul riciclo delle fibre, perché proprio loro sono i più grandi produttori al mondo di rifiuti tessili. Ma questa cosa ve la racconterò in un altro post.


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