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Le donne invisibili che lavorano nel mondo del fast fashion

Sono donne circa l’80% dei lavoratori mondiali del fashion e sono le donne anche i soggetti più deboli all’interno di questa enorme industria globale. La maggioranza dei capi di abbigliamento che indossiamo sono realizzati in stabilimenti produttivi di confezione che sono localizzati in Bangladesh, India, Cina e Filippine. Qui lavorano donne che nella maggioranza dei casi percepiscono dei salari ridicoli, che non permettono loro nemmeno di garantire la sussistenza delle proprie famiglie. In alcuni casi queste donne non solo lavorano in condizioni precarie, ma devono anche subire le molestie dei propri datori di lavoro. Tutto questo per produrre i nostri abiti, per alimentare quel fast fashion che va così veloce da non permetterci di fare troppe domande.

In occasione dell’International Women Day (la festa della donna) Fashion Revolution ha deciso di rendere rendere le donne le protagoniste della nuova campagna di sensibilizzazione nei confronti dei brand. Fashion Revolution è un’organizzazione internazionale nata all’indomani della tragedia del Rana Plaza, in Bangladesh, avvenuta il 24 aprile 2013. Persero la vita 1129 lavoratori, nella maggioranza donne, per il crollo di un edificio di 8 piani in cui erano stipati migliaia di lavoratori alle loro macchine da cucire. Fashion Revolution è nata con con la finalità di vigilare sul comportamento dei band chiedendo loro di adottare comportamenti trasparenti. (Abbiamo già parlato del loro Transparency Index nel secondo episodio del podcast “Trasparenti ma non troppo“)

Sul sito di Fashion Revolution potete trovare materiali da scaricare per far sentire la vostra voce e chiedere ai brand quali sono le politiche che attuano a favore delle donne. Il movimento si basa proprio su questo: sulla capacità che ognuno di noi ha di impegnarsi per chiedere il cambiamento.

In realtà dopo la tragedia del Rana Plaza le cose non sono molto cambiate. Nonostante il Governo del Bangladesh e i brand coinvolti (tantissimi di quelli top) si siano impegnati a cercare di migliorare le condizioni di lavoro delle persone che operano nella loro catena di fornitura, poche cose sono cambiate. Lo racconta bene Oxfam-Australia in un rapporto che fotografa una situazione di povertà davvero drammatica.

Il fashion si scopre femminista

Sapete qual è una delle parole più utilizzate dal marketing del fashion nel 2019? “Femminismo”. Il suo uso nelle campagne nel 2019 è incrementato del 630%, secondo il rapporto The State of Fashion. Basta guardare le ultime passerelle per vedere come tutto a un tratto il mondo del fashion si sia scoperto femminista: ma può davvero esserlo se poi la produzione avviene proprio sulla pelle donne?

Uno dei 17 punti dei Sustainable Development Goal, il numero 5, è proprio dedicato all’uguaglianza di genere e i bilanci di sostenibilità dei brand raccontano con numeri ed esempi le loro politiche a favore delle donne, per aiutarle nella conciliazione di lavoro e famiglia, per farle accedere alle cariche manageriali. Ma cosa accade alle donne che lavorano nella loro catena di fornitura?

Sostenibilità è anche etica: ci sono esempi bellissimi di piccoli brand che hanno fatto delle loro scelte etiche un punto di forza e presto ve ne racconterò qualcuna, ci sto lavorando.

Intanto godetevi questo racconto fotografico del New York Times sui lavoratori del mondo del fashion: guardarli negli occhi è il modo migliore per porsi le domande giuste.

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