Moda sostenibile

La schiavitù nel fast fashion: il caso di Boohoo

E’ stata una vera e propria tempesta quella che ha investito Boohoo, il marchio britannico del fast fashion: un’indagine di Labor Behind The Label ha svelato la situazione gravissima in cui lavorano i dipendenti di una fabbrica di Leicester che produce per il marchio. Salari bassissimi, che si aggirano intorno a 3,5 sterline all’ora, condizioni di lavoro pessime, misure anti-contagio COVID inesistenti. Una situazione così grave da essere definita “schiavitù”: sul sito di Boohoo si trovano blazer a 30 euro, gonne a 10 euro. Abbigliamento low cost prodotto sfruttando esseri umani, nel cuore dell’Europa. E se un brand non riesce a controllare la catena di fornitura in Europa, cosa può succedere nella lontana Asia?

Tra fabbriche e fornitori, si perdono le tracce della produzione

Boohoo è crollato in Borsa e i suoi prodotti sono stati rimossi da tutte le principali piattaforme di e-commerce. Il rapporto di “Labor Behind The Label” è davvero molto pesante e fa riflettere: potete leggerlo qui. E’ stata anche sorprendente la risposta del brand, che evidentemente non era a conoscenza di quello che stava accadendo lungo la catena di fornitura: garantire il prezzo stracciato per soddisfare i propri consumatori è forse l’unica preoccupazione del management. Ma com’è possibile che questo accada? Può un brand non avere conoscenza di chi produce per lui?

Certo che può ignorare chi produce per lui, e questo perché il brand che decide di realizzare un capo di abbigliamento si relazione con un fornitore che gestirà anche la catena di produzione e i vari step. E’ il fornitore a scegliere la fabbrica: e spesso la fabbrica è un elemento “fantasma” nella catena di produzione e anche i sistemi di tracciabilità individuano quelli che sono i fornitori, ma in pochi casi si spingono fino a individuare il luogo fisico dove viene prodotto il capo.

Senza contare poi quello che accade quando vengono effettuati gli audit per verificare le condizioni dei lavoratori: spesso si tratta di controlli documentali, effettuati presso il fornitore e non presso la fabbrica, in totale opacità (ne ho parlato nel post “La moda naviga tra linee guida, agreement e audit: ma sono davvero efficaci per garantire i diritti dei lavoratori?”)

Gli effetti della pandemia sul fast fashion

Con il Covid-19 la situazione lungo la catena di fornitura del fast fashion si è fatta ancora più grave: alle pessime condizioni di lavoro, soprattutto nei paesi asiatici ad alta intensità tessile come Bangladesh e Vietnam, si è aggiunto il problema dei mancati pagamenti, che sta costringendo in situazioni di povertà intere famiglie. I brand sono entità finanziarie e possono fronteggiare una crisi, ma per i fornitori che si trovano nei paesi poveri, il mancato pagamento è una vera e propria catastrofe.

Working Right Consortium sta monitorando con attenzione il comportamento che stanno tenendo i brand in questa situazione, cercando di fare chiarezza su chi sta rispettando gli impegni e chi invece ha annullato o ha posticipato anche di un anno i pagamenti. Stiamo parlando della cancellazione di 20 miliardi di sterline di ordini.

Uno strumento molto utile per avere aggiornamenti in tempo reale su quello che sta accadendo è il live blog di Clean Clothes Campaign: ogni giorno vengono raccolte informazioni provenienti da tutto il mondo su quello che sta accadendo ai lavoratori lungo la catena di fornitura mondiale.

Un problema globale

Questa vicenda ha suscitato un grande sconcerto perché la situazione di gravissimo sfruttamento si è verificata in Europa: in molti pensano che i lavoratori vengano sfruttati solo nei paesi asiatici, ma in realtà il problema è globale. Ci sono anche molte polemiche sul Made in Usa, ad esempio: c’è una campagna autarchica che spinge a comprare prodotti americani, ma da più parti vengono denunciate dagli attivisti situazioni sempre più gravi di sfruttamento soprattutto nella zona di Los Angeles. Il problema è globale e solo i consumatori, con le proprie scelte, possono invertire il trend.

Gli strumenti per informarsi

Ci sono molte piattaforme e strumenti che possono essere utilizzati dal consumatore che ha voglia di informarsi: ad esempio la piattaforma The Good on You oppure il Transparency Index di Fashion Revolution.

Da qualche giorno c’è anche un nuovo ed utilissimo strumento, focalizzato proprio sui diritti dei lavoratori della catena di fornitura: Fashion Checker di Clean Clothes Campaign, che raccoglie le informazioni dai vari strumenti disponibili per capire quali solo le politiche dei brand con i lavoratori. Basta selezionare il nome del brand e si accede alle informazioni complete. L’ignoranza non è più giustificata e nessuno può dire “non lo sapevo”.

2 pensieri su “La schiavitù nel fast fashion: il caso di Boohoo

  1. Può anche essere vero che il fornitore mantiene la filiera di produzione non trasparente per il compratore, ma è anche vero che – se il compratore ha un minimo di esperienza – sa perfettamente che un certo prezzo non può che corrispondere o ad un prodotto di pessima qualità intrinseca o ad un indebito risparmio sui costi della manifattura, quindi il caso che non sappia a mio avviso non esiste se non nella teoria.

    1. Ciao Luca, è vero che il consumatore non può ignorare che non possono essere reali i prezzi di certi capi, che devono essere stati prodotti sulle pelle di qualcuno. Proprio per questo il consumatore deve essere messo in condizione di avere tutte le informazioni per fare delle scelte consapevoli, senza avere più l’alibi del “non lo sapevo”.

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