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Il lato oscuro del fast fashion Made in USA

Sfruttamento, paghe da fame, ambienti insalubri e continui ricatti: il distretto dell’abbigliamento di Los Angeles è il più grande degli Stati Uniti, ma si regge sull’illegalità. Qui lavorano 45 mila persone; rappresenta infatti la seconda industria della grande città metropolitana. Ma questi lavoratori sono in molti casi invisibili: si tratta di messicani o asiatici, non in regola con i permessi di lavoro e quindi ricattabili. Per loro il sogno americano si è arenato. Non possono protestare e trascorrere 12 ore alla macchina da cucire, sei giorni alla settimana è spesso l’unica alternativa che hanno per sopravvivere. Anche se con un salario da fame, molto al di sotto del “minimum wage“: mediamente questi lavoratori guadagnano 6 dollari l’ora, una cifra bassissima, soprattutto se si vive a Los Angeles. Non solo: la maggioranza dei lavoratori sono donne che vengono pagate a cottimo. Percepiscono da 2 a 4 centesimi a pezzo a seconda del tipo di lavoro che devono fare.

Sono numerosi i brand che producono in quest’area e che alla fine possono apporre sui propri capi l’etichetta “Made in USA“. Un vanto in un Paese in cui Trump ha promesso più volte di punire con dazi pesanti chi non produce negli Stati Uniti e che sta portando avanti una dura lotta all’immigrazione: peccato che all’interno del distretto produttivo di Los Angeles lavorano quasi tutti immigrati, tanto che qualcuno si è anche chiesto se quel distretto produttivo potrebbe ancora esistere senza i messicani che lavorano in quei laboratori fatiscenti.

“Eppure i grandi marchi che si riforniscono da questi laboratori sfruttatori dichiarano che il loro abbigliamento è “Made in USA” come se una tale affermazione conferisse automaticamente autenticità e integrità, oltre che una qualità superiore, agli abiti prodotti. – commenta Dana Thomas, nel suo libro “Fashionopolis“. – È una tattica di marketing aziendale assecondare il patriottismo dei consumatori mentre si violano le leggi sul lavoro degli Stati Uniti“.

25 anni fa lo scandalo di El Monte

Era il 2 agosto del 1995 quando 72 lavoratori thailandesi furono trovati a El Monte, a est di Los Angeles, costretti a lavorare in condizione di vera e propria schiavitù. Fu un caso eclatante, definito il primo caso di schiavismo dopo l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti. I lavoratori erano trattenuti all’interno di un edificio circondato dal filo spinato e sorvegliato da guardie armate; emersero dall’indagine che c’era un vero e proprio traffico di esseri umani a sostenere l’organizzazione. L’opinione pubblica negli Stati Uniti rimase sconvolta e da lì è iniziato il lavoro per la regolarizzazione di questa filiera di produzione, ma ancora regna l’illegalità.

Il Garment Worker Center è un’organizzazione che opera per proteggere i diritti dei lavoratori della filiera: dal 2016, il Garment Workers Center ha condotto la campagna “Pay Up, Ross”, dopo che nel corso di un’indagine del Dipartimento del lavoro è stato scoperto che 13 fabbriche che producevano per YN Apparel, un fornitore primario di Ross Stores, violavano la normativa sul lavoro, anche con salari da $ 4 a $ 5 l’ora per 50-60 ore di lavoro a settimana.

Quattro membri del Garment Worker Center hanno lavorato in queste fabbriche e hanno continuato a presentare richieste per l’adeguamento del salario alla California Labour Commission. Hanno vinto la causa e il tribunale ha ordinato che venissero pagati oltre $ 800.000 di salario arretrato. Ma i lavoratori non hanno mai ricevuto il risarcimento: le fabbriche aprono e chiudono continuamente, con una strategia che permette di eludere le responsabilità.

Il Garment Worker Protection Act

A febbraio 2020 è stato presentato al Senato della California una proposra di legge di aggiornamento del Garment Worker Protection Act, una normativa obsoleta che risale a 20 anni fa, approvata in seguito al caso El Monte. Tra le proposte inserite c’era eliminazione del cottimo e l’inserimento di un meccanismo di responsabilizzazione del produttore, così da garantire all’acquirente finale che tutti i lavoratori della catena di fornitura sono stati pagati e in maniera adeguata e renderlo responsabile di casi di sfruttamento. Alla fine, però, la proposta di legge non è stata approvata. Dopo l’emergenza Covid, il Garment Worker Protection Center inizierà un nuovo iter con una nuova proposta, che potrebbe richiedere mesi per essere approvato. Per quello che riguarda il salario minimo la normativa della California è meno garantista addirittura di quella della Cambogia.

Los Angeles capitale della sostenibilità?

Adesso che la parola “sostenibilità” è sulla bocca di tutti, le cose potrebbero cambiare rapidamente. Tra i vari Stati americani, la California è sicuramente la più interessata a questo tema e se riuscirà a far approvare una normativa che rende responsabili i brand così come l’intera catena di fornitura per le condizioni dei lavoratori, potrebbe anche fare un passo avanti per far conquistare a Los Angeles il titolo di “capitale della sostenibilità”. Se ne è parlato molto sulla stampa, è un’occasione per rilanciare un settore che è diventato sinonimo di sfruttamento.

Il sogno californiano

In California ci sono aziende che operano lungo l’intero ciclo di produzione dell’abbigliamento: dalla coltivazione del cotone, alla produzione del tessuto, le tintorie per poi arrivare alla produzione del capo finito. Accompagnate anche dalla rete di aziende che operano nel campo della digitalizzazione, il “Made in Los Angeles” punta a diventare sinonimo di qualità, ribaltando completamente la percezione di questa realtà. Cosa succederà alle migliaia di lavoratori irregolari che lavorano lungo la filiera è un problema che potrebbe rovinare il sogno: per adesso queste persone continuano a lavorare in fabbriche sporche, per pochi soldi e senza le dovute protezioni anti-Covid.

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