E’ l’Africa la destinazione finale della maggior parte degli abiti usati di Stati Uniti ed Europa. Nei vari Paesi africani c’è una vera e propria economia che si è sviluppata intorno al commercio del second hand, dove enormi mercati e piccoli commercianti ogni giorno vendono quello che acquistano dai Paesi Occidentali. Non si tratta infatti di donazioni che finiscono in Africa, ma piuttosto di un commercio, che può generare profitto sia per gli esportatori che per gli importatori.

Negli ultimi anni si è parlato a lungo di questo flusso di materiale, per cercare di capire se quello che viene inviato in Africa sono rifiuti tessili, destinati alla discarica, oppure se si tratta di abiti usati che possono essere venduti in quei mercati. L’Africa è diventata la discarica dei rifiuti tessili del Global North?

Lo studio, intitolato “Trade in Secondhand Clothing” (qui in link) , elaborato nell’ambito del Programma per la Produzione Sostenibile e la Prevenzione dell’Inquinamento Ambientale (SMEP), finanziato dal Ministero degli Esteri, del Commonwealth e dello Sviluppo del Regno Unito e realizzato in collaborazione con l’UNCTAD, ha analizzato i mercati in Uganda, nella Repubblica Unita di Tanzania e i flussi di abiti provenienti dagli Stati Uniti d’America e riserva qualche sorpresa.

E’ sfatato il mito del “dumping” di rifiuti tessili

La scoperta più rilevante deriva dall’analisi sul campo di oltre 244.500 capi d’abbigliamento nei mercati africani: circa il 96% degli abiti importati in Uganda e Tanzania è effettivamente riutilizzabile e indossabile. Solo una minima parte è costituita da stracci (2,9-3,2%) e da veri e propri rifiuti tessili invendibili (1,1-1,3%). Lo studio evidenzia che gli importatori e i commercianti operano con margini di profitto stretti e hanno forti incentivi economici a non importare rifiuti, poiché pagare per il trasporto, lo sdoganamento e lo smistamento di capi invendibili rappresenta una pura perdita finanziaria.

L’importanza socioeconomica dell’abito usato

Lo studio rivela anche che il commercio di abbigliamento di seconda mano è indispensabile per la popolazione dei paesi importatori. In Uganda, dove il reddito medio giornaliero è molto basso, acquistare un indumento nuovo può costare l’equivalente di 6 giorni di reddito disponibile, mentre un capo usato costa circa 1,5 giorni di lavoro. Oltre all’accessibilità per i consumatori, il settore è un potente motore economico: crea occupazione formale e informale e offre percorsi di mobilità economica, permettendo ai lavoratori (come i trasportatori di balle) di diventare nel tempo venditori o importatori. Vi è inoltre una forte ed essenziale partecipazione femminile, soprattutto nella gestione della vendita al dettaglio.

Le dinamiche della catena di approvvigionamento e della concorrenza

La filiera dell’usato è complessa e si basa fortemente sulla fiducia e sulla comunicazione tra esportatori, selezionatori e importatori locali per mantenere alti gli standard qualitativi. Lo studio rileva anche un cambiamento geopolitico nel commercio: la Cina sta superando rapidamente gli Stati Uniti e altri paesi occidentali diventando il fornitore dominante in Africa Orientale. Questo successo non è dovuto solo a differenze di prezzo, ma a strategie commerciali come l’offerta di condizioni di pagamento più flessibili, che aiutano enormemente il flusso di cassa degli importatori africani.

Ma cosa accade agli abiti una volta che lasciano i banchi del mercato?

Lo studio dimentica di analizzare una parte della storia della traiettoria dell’abito usato in Africa: cosa accade quando restano invenduti, dopo qualche giorno di permanenza sui banchi dei commercianti locali, e devono essere smaltiti? Dove sono le infrastrutture in grado di gestire questa enorme massa di rifiuti tessili? Perché dopo aver fallito la vendita nel mercato del second hand, sono senza dubbio diventati rifiuti. Lo studio suggerisce che il mercato africano allunga la vita della enorme mole di tessili che consumiamo, ma pur sempre arriva il momento in cui cessano di essere vendibili, e devono quindi essere smaltiti. Non possiamo concentrare l’attenzione sulla parte della storia che ci piace: se questo è il destino finale dei nostri abiti, l’Africa deve essere dotata di infrastrutture per il riciclo e la riparazione, che possano creare nei Paesi coinvolti un’economia circolare che crei valore. Altrimenti stiamo solo voltando lo sguardo e stiamo lasciando il problema da gestire a qualcun altro.