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EP40 – Tra diversità e inclusione: la sfida dell’adaptive fashion

Inclusione e diversità: sono due temi al centro del dibattito nel mondo della moda in questo momento. Sia dentro le aziende, che nel rapporto con i consumatori, sono due parole d’ordine che ci pongono di fronte a nuove sfide, come quella dell’adaptive fashion. Mettere il design a servizio della disabilità può creare anche nuove opportunità. Elisa Fulco, curatrice di mostre e fondatrice del Cultural Welfare Center, ha predisposto il Manifesto della moda inclusiva dell’associazione svizzera Tu es Canon dedicato al tema della disabilità ed è la protagonista dell’intervista di questo episodio.

Diversità e inclusione: il Manifesto della Camera della Moda

Diversità e inclusione vengono sempre menzionate insieme, ma rappresentano due concetti diversi. La diversità prende in considerazione le differenze fisiche, culturali e ideologiche: sono queste differenze che creano forme di discriminazione e intolleranza, se non sono affrontate e valorizzate. L’inclusione serve proprio a questo: ad agevolare individui e gruppi che rischiano di essere marginalizzati. Quello che hanno in comune questi due concetti è il rispetto: in questa ottica le differenze diventano una ricchezza. 

Nel dicembre del 2019 la Camera della Moda Italiana ha approvato il Manifesto della diversità e dell’inclusione che racchiude in un decalogo alcuni principi fondamentali per il mondo della moda. 

Si legge nel manifesto: “Possiamo considerare due punti di partenza fondamentali:

1.Come l’immagine di un marchio comunica la diversità attraverso il marketing, le partnership e il coinvolgimento della società civile;

2.Come HR e CSR fanno dell’inclusione una priorità e la concretizzano tramite processi di assunzione e formazione all’interno della cultura aziendale”

Nel manifesto si elencano una serie di principi che aiutano a inquadrare il tema dell’inclusione nel dibattito sul futuro del fashion, evidenziando come la moda non debba avere paura di ascoltare il proprio pubblico e i propri dipendenti, per creare un impatto positivo sul settore. Senza tenere conto che l’inclusione crea anche opportunità di business. Il Manifesto della Camera della Moda dice: “Numerose ricerche di mercato hanno dimostrato che le politiche inclusive hanno una forte incidenza sul business delle imprese. Allo stesso tempo, l’in-clusione trasmette la cultura aziendale, spesso attrae nuovi talenti e favorisce una relazione di maggiore fiducia con i clienti”.

Secondo il Boston Consulting Group, le aziende che stanno attuando una politica di diversità hanno prodotto  “entrate da innovazione” di 19 punti percentuali superiori a quelle delle società che non si sono impegnate su questo tema.

Fashion e disabilità: un binomio possibile

Non esiste un corpo, esistono tanti corpi, che contribuiscono a renderci quello che siamo. Anche la disabilità deve essere rappresentata e anche una persona disabile deve potersi sentire rappresentata nel mondo della moda, con capi di abbigliamento creati per esigenze specifiche. Tra i brand pionieri in questo ambito c’è Cur8able.

La sua fondatrice, Stephanie Thomas, è nata con una amputazione congenita. Il suo brand ha sede a Los Angeles e ha ridefinito i contorni dello styling della moda, mettendo insieme look accessibili come stilista e sostenitrice della moda per la disabilità. Cur8able è nato come un blog di moda e lifestyle per disabili ed è poi diventato un’azienda che vende abbigliamento adatto ai disabili.

Non pensate che stiamo parlando di una nicchia ristretta: secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il 15% della popolazione mondiale convive con una qualche forma di disabilità, il che rappresenta la più grande minoranza al mondo. E’ anche una categoria nella quale ciascuno di noi può trovarsi ad essere inserito, non si sa mai quello che può accaderci nella vita. 

Cos’è l’adaptive fashion

In gergo si chiama adaptive fashion ed è una tipologia di produzione di abbigliamento che rende più semplice l’atto del vestirsi e che si adegua alle necessità di chi ha limitazioni fisiche o percettive e sensoriali. Si prevede che il mercato globale dell’abbigliamento adattivo raggiungerà quasi 400 miliardi di dollari entro il 2026.

Per chi ha delle protesi, i sensi rallentati da età o disturbi neurali, per chi è in sedia a rotelle o per chi è ipovedente, indossare un jeans, infilare i passanti nella cintura o abbottonare una camicia può risultare complicato.

Nel mondo dell’architettura ci si impegna su questo tema da tempo: l’abbattimento delle barriere architettoniche significa rendere accessibili spazi a chi è disabile, ma ne beneficiano anche le persone normo-dotate. E’ la stessa cosa nella moda.  La moda adaptive, che in italiano viene tradotta in moda flessibile, non è tanto diversa nei modelli quanto nei dettagli: dalle abbottonature che prediligono magneti o velcro al posto di zip e bottoni, cinture senza fibbie e passanti, chiusure con piccoli tiranti a scorrimento che permettono la chiusura o la regolazione dell’ampiezza con una sola mano. Anche l’integrazione della tecnologia può essere di aiuto: ne sono un esempio le scarpe che si allacciano da una App create da Nike. Anche Tommy Hilfinger ha iniziato a lavorare su questo tema è stato un pioniere nell’abbigliamento adaptive: nel 2017 ha ideato una linea dedicata a chi vive con difficoltà motorie.

Piccoli brand, grande design

Ci sono moltissimi brand piccoli e medi che, soprattutto in UK e US, stanno puntando tutto sulla moda di alta qualità che abbia la flessibilità (o adaptiveness) come presupposto base, sperimentando capi che possano rendere la vita semplice e “glamour” a persone con disabilità permanenti o temporanee.
Ad esempio il marchio Care + Wear realizza collezioni di maglioni pensati per i pazienti kemioterapici o per coloro i quali devono portare flebo o cateteri. Poi c’è il brand Adaptivelife che punta molto sulle linee più “cool” rivolte ad un pubblico adolescente o The Able Label, che danno il diritto all’eleganza a persone anziane con disturbi motori o sensoriali e per persone con Alzheimer e Parkinson.

C’è anche un brand italiano che lavora su questo tema: si chiama Lydda Wear ed è un’azienda italiana fondata da Pier Giorgio Silvetrin  che da oltre 15 anni studia, progetta e realizza capi d’abbigliamento specifici per persone diversamente abili nell’ottica del “Design for All”. Intorno al brand si  creata una community molto attiva che si compone di persone che hanno disabilità permanenti o temporanee e che trovano nelle collezioni dell’azienda una soluzione per una vita più serena. Tenete conto che quando si parla di adaptive fashion la personalizzazione è fondamentale e quindi ha un ruolo importante anche la tecnologia e la progettazione dei capi in 3D. E’ insomma un settore del design sicuramente da esplorare.

Disabilità e inclusione nelle aziende

Ma dentro le aziende cosa succede? C’è spazio per la disabilità? Quando si parla di inclusione non si può fare a meno di prendere in considerazione anche questo aspetto. Prada è stato il primo colosso luxury nel settore moda ad aderire a The valuable 500, coalizione internazionale il cui obiettivo è tendere a una sempre più radicale trasformazione delle organizzazioni aziendali a beneficio delle persone affette da disabilità. Il progetto inizierà con l’impegno ad assumere persone affette da trisomia 21, ovvero sindrome di Down, all’interno della propria rete retail in Italia.

Anche all’interno delle imprese manufatturiere l’inclusione di soggetti disabili può rappresentare una scelta di valore: la B&B Holding è un’azienda di Calenzano, in provincia di Firenze, guidata da Marco Bartoletti. L’azienda produce accessori di alta qualità per i più famosi marchi di moda mondiale, in particolare progetta e produce componenti metallici delle borse del lusso. Marco Bartoletti ha avviato l’attività con due dipendenti nel 2000 e adesso l’azienda vola con decine di milioni di fatturato e oltre 250 assunti. Oltre il 25% dei dipendenti sono persone con difficoltà: malati gravi, persone con sindrome di Down, con disabilità motorie, autistici, ex-tossicodipendenti. Persone che grazie al lavoro crescono la propria autostima e la propria salute sia fisica sia psicologica.

L’intervista a Elisa Fulco e il manifesto “Tu es canon”

Il manifesto “Tu es canon” realizzato da Elisa Fulco e Teresa Maranzano è stato presentato a Ginevra a maggio è un appello al mondo della moda a prendere un impegno concreto perché “si tenga conto della diversità di taglie, misure, protesi e altre peculiarità anatomiche per restituire dignità e bellezza a ogni persona”. Potete firmare il manifesto anche voi, cliccando qui. Parlare con Elisa Fulco è stato illuminante, mi ha raccontato tante cose che non conoscevo e mi ha anche citato buone pratiche interessanti. Ascoltate cosa mi ha detto. 

Cover: Photo by Charles Deluvio on Unsplash

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