Per la Francia la lotta all’ultra fast fashion e la riduzione degli impatti economici e sociali causati dal settore moda sono diventati obiettivi fondamentali, che spesso negli ultimi anni hanno portato all’adozione di normative che hanno anticipato l’introduzione di una adeguata regolamentazione a livello europeo. Una scelta fatta anche rischiando di fare confusione, in un mercato già abbastanza complesso. Le innovazioni principali sono contenute nella normativa AGEC (Loi Anti-gaspillage pour une économie circulaire), una legge francese fondamentale che sta trasformando il settore della moda, imponendo obblighi rigorosi in termini di trasparenza, tracciabilità e gestione dei rifiuti. Una normativa che ha un forte impatto anche sui marchi italiani e internazionali che vendono i propri capi sul territorio francese.
Eco-design, Eco-score, EPR: le tre E della normativa AGEC
La normativa introduce importanti obblighi di tracciabilità e informazione (Articolo 13), che poi vanno ad estendersi anche a aspetti collegati all’Eco- design.
Le aziende devono infatti fornire ai consumatori una scheda informativa digitale (accessibile tramite QR code o link sul sito web) per ogni prodotto (SKU), che indichi i Paesi in cui avvengono le fasi principali della produzione: e quindi parliamo di tessitura/maglieria; tintura/stampa; confezionamento.
Deve poi essere indicata la percentuale esatta di fibre riciclate presenti nel capo e devono essere contenute delle informazioni sulla riciclabilità del capo. Il calcolo della presenza di materiali riciclati deve essere preciso e basato sul peso dei componenti. La normativa AGEC richiede che la percentuale dichiarata sia quella effettivamente presente nel prodotto finito. È fondamentale avere le certificazioni (come GRS – Global Recycled Standard) per ogni lotto di materia prima.
Inoltre se il prodotto contiene più del 50% di fibre sintetiche, deve riportare l’avviso: “Rilascia microfibre di plastica nell’ambiente durante il lavaggio”.
Infine deve essere indicata la presenza di sostanze SVHC (le Sostanze di Very High Concern definite dal REACH) se superiori allo 0,1%.
Questa normativa è considerata il “precursore” di quello che diventerà il Passaporto Digitale di Prodotto (DPP) anche se potrebbe discostarsene in alcuni punti.
La riciclabilità e il Logo “Triman”
Il Logo Triman e le Info-Tri sono un’etichettatura ambientale obbligatoria in Francia per informare i consumatori sul corretto smaltimento dei prodotti soggetti alla Responsabilità Estesa del Produttore (EPR), come imballaggi, tessili, apparecchiature elettroniche e batterie, indicando se e come riciclarli tramite il sistema di raccolta differenziata francese (il “tri”). Il logo Triman (una figura stilizzata con tre frecce) segnala l’obbligo di riciclo, mentre le Info-Tri (spesso su sfondo giallo o verde, con testo e pittogrammi) specificano le modalità di smaltimento. L’etichettatura deve essere visibile, leggibile, indelebile e non deve sovrapporsi ad altre informazioni. L’inserimento di questi pittogrammi in etichetta sta creando non pochi problemi e anche costi aggiuntivi: ci sono numerose proteste perché, con questa nuova previsione, le etichette degli abiti diventano lunghissime e si creano ulteriori impatti ambientali.
Ma la Commissione Europea ha avviato una procedura d’infrazione contro la Francia qualche settimana fa, ritenendo che l’obbligo del logo Triman e Info-Tri crei ostacoli alla libera circolazione delle merci nell’UE. Staremo a vedere cosa accadrà. Sicuramente la continua corsa in avanti della Francia, rende a livello europeo lo sviluppo della normativa sulla moda sempre più complicata da gestire.
L’Eco-score: la novità
A partire da ottobre 2025, la Francia ha introdotto l’obbligo di un’etichettatura ambientale basata su un punteggio (Eco-score). Questo sistema valuta l’impatto del capo basandosi su 16 indicatori, tra cui emissioni di CO2, consumo d’acqua e tossicità, penalizzando i modelli di “ultra fast-fashion”. Quello proposto dai francesi è un indice che ha un valore più politico che scientifico, come hanno fatto notare in molti. Si differenzia infatti dalla misurazione degli impatti proposta dalla discussa metodologia PEF (Product Enviromental Footprint) europea: anche se quest’ultima prende in considerazione 16 indicatori, sono però di carattere diverso ed è richiesto il coinvolgimento della catena di fornitura per la raccolta dei dati. Nell’Eco-score francese i dati necessari per l’eco-score sono tutti presenti all’interno dell’azienda.
Dal 1° ottobre 2025, l’Eco-score è entrato ufficialmente in vigore, ma la sua adozione è inizialmente su base volontaria. I marchi che decidono di esporlo devono però seguire rigorosamente la metodologia ufficiale del governo (basata sullo strumento Ecobalyse) e utilizzare il formato grafico approvato. Ma se un’azienda vanta caratteristiche ecologiche (es. “prodotto sostenibile”, “impatto ridotto”), ha l’obbligo di affiancare a queste dichiarazioni l’Eco-score ufficiale per evitare il greenwashing.
A partire dal 1° Ottobre 2026 ci sarà la svolta: in assenza di una pubblicazione da parte del brand, soggetti terzi (come ONG, piattaforme di vendita, etc.) saranno autorizzati a calcolare e pubblicare il punteggio di quel brand utilizzando dati standard. Per evitare danni d’immagine o calcoli basati su medie penalizzanti, la maggior parte dei brand sarà spinta a dichiarare i propri dati reali.
Anche in questo caso si parla della normativa di un Paese che anticipa, o fa concorrenza, a quella europea, creando una gran confusione e creando una vera e propria giungla normativa per le imprese. Difficile immaginare che la corsa in avanti della Francia possa fare da “banco di prova” per la legislazione europea: già l’esperienza della EPR ci ha insegnato che l’essere partiti per primi non ha garantito alla Francia di fare da modello per il resto d’Europa. Anzi, per alcuni aspetti la duplicazione dell’esperienza francese è diventata proprio un rischio da evitare.



