Cos’è il “Coût environnemental”? E’ l’Eco-score per il settore tessile che in Francia a partire dal 1° ottobre 2026, entra nella sua piena operatività. Da questa data, se un marchio non calcola e non pubblica spontaneamente il punteggio del costo ambientale dei propri capi venduti in Francia, soggetti terzi (come rivenditori, ONG o giornalisti) hanno il diritto legale di calcolarlo e divulgarlo al posto dell’azienda, usando valori standard predefiniti e basandosi sui dati pubblici obbligatori (composizione, peso, tracciabilità della filiera). Per evitare danni d’immagine o calcoli basati su medie penalizzanti, la maggior parte dei brand sarà spinta a dichiarare i propri dati reali.
Dal 1 ottobre 2025 l’adozione dell’Eco-score era entrata in vigore su base volontaria e diversi brand hanno già iniziato ad utilizzare il sistema. Il costo ambientale del prodotto si basa sulla SKU, sul singolo lotto di prodotto, quindi per un brand è impegno non di poco conto.
Il punteggio ufficiale viene calcolato tramite il portale Ecobalyse. Esiste però un vincolo fondamentale: se un marchio decide di comunicare una qualsiasi altra nota green autoprodotta (come l’impronta di carbonio calcolata in casa o un’etichetta di sostenibilità privata), diventa obbligatorio esporre anche il punteggio ufficiale Ecobalyse. Questo serve a impedire il greenwashing e la frammentazione delle informazioni.
La legge si applica a qualsiasi marchio che immetta capi d’abbigliamento nuovi o ricondizionati sul mercato francese.
- Anche i marchi stranieri: Una piattaforma e-commerce italiana, americana o asiatica che spedisce e vende vestiti a consumatori in Francia deve adeguarsi al sistema.
- Cosa è incluso: La stragrande maggioranza delle categorie di abbigliamento.
- Cosa è escluso (per ora): Le scarpe, gli accessori, la biancheria per la casa (es. lenzuola, asciugamani) e i prodotti monouso.
E adesso arriva il bello. Ci sono già migliaia prodotti caricati sul sistema, di brand di tutte le fasce di prezzo: da Promod a Louis Vuitton. Ogni prodotto è rappresentato da un codice, che è poi quello riportato dal capo, e dalla tipologia di prodotto, ma è molto difficile risalire all’articolo.

Però ho trovato un cappotto di Vuitton che ha 8476 punti di impatto (521 ogni 100 grammi), grazie alla materia prima che impatta 6556 punti, pari al 77 per cento dell’impatto totale; e un cappotto di Promod che ha 2200 punti di impatto e 502 punti ogni 100 grammi. In questo caso la materia prima impatta il 28,5% del totale. Naturalmente un punteggio più alto significa anche un maggior costo ambientale.
Grazie a questa grande mole di dati, stanno iniziando a emergere modelli e schemi molto chiari sull’impatto ecologico nelle diverse categorie di abbigliamento (permettendo ad esempio di confrontare i profili di sostenibilità di magliette, pantaloni, giacche, ecc.).
In questo sistema l’impatto delle materie prime viene valutato lungo tutto il loro ciclo di vita, analizzando parametri come le emissioni di CO2, il consumo di acqua, la perdita di biodiversità e il rilascio di microplastiche. In pratica il calcolo si basa sui 16 indicatori ambientali del metodo europeo PEF (Product Environmental Footprint – come consumo di acqua, energia e impatto sul suolo) a cui la Francia aggiunge due criteri specifici: le emissioni di microfibre e la penalizzazione per l’esportazione extra-UE di tessili come rifiuti.
Nel sistema dell’Eco-score francese (calcolato tramite l’algoritmo Ecobalyse), l’impatto delle materie prime viene valutato lungo tutto il loro ciclo di vita, analizzando parametri come le emissioni di CO2, il consumo di acqua, la perdita di biodiversità e il rilascio di microplastiche.
Le materie prime tessili che registrano l’impatto più alto si dividono in tre grandi categorie, a seconda del tipo di danno ambientale che provocano:
1. Le fibre animali (lana e cashmere) con il record di emissioni di CO2
Se si guarda puramente all’impronta di carbonio (emissioni di gas serra) per singolo chilo di materiale, le fibre animali sono in assoluto le peggiori a causa del metano prodotto dagli allevamenti e dell’uso del suolo.
- Cashmere: È la materia prima con l’impronta di carbonio più pesante in assoluto (circa 385 kg di CO2 equivalenti per chilo di fibra).
- Lana vergine: Un chilo di lana di pecora emette circa 80 kg di CO2e, ovvero circa 5 volte più del cotone tradizionale.
Anche se la lana ha un’impronta iniziale altissima, il sistema francese corregge parzialmente il tiro applicando un “coefficiente di durabilità extrinsica” positivo, poiché i capi in lana tendono a durare di più e a essere riparati più spesso rispetto a quelli in plastica.
2. Le fibre sintetiche vergini (poliestere, nylon, acrilico)
I materiali derivati dal petrolio hanno un’impronta di carbonio fissa legata all’estrazione di combustibili fossili (un chilo di poliestere vergine emette circa 10 kg di CO2e). Tuttavia, Ecobalyse le penalizza fortemente per due criteri specifici inseriti dal governo francese:
- Inquinamento da microfibre: Il sistema assegna pesanti punti di penalità alle fibre sintetiche per via dei milioni di microplastiche rilasciate nei mari a ogni lavaggio.
- Fine vita ed export: I capi sintetici di bassa qualità legati alla ultra-fast fashion hanno un tasso di esportazione come rifiuto tessile all’estero molto alto, il che fa impennare i punti di impatto negativi (fino a 600-800 punti d’impatto per soli 100g di tessuto).
3. Il cotone convenzionale
Il cotone tradizionale non è una fibra “green” per l’algoritmo francese. Pur essendo naturale, viene penalizzato drasticamente su due fronti:
- Consumo d’acqua: Richiede migliaia di litri d’acqua per un solo capo, spesso in zone geografiche già affette da scarsità idrica (es. Asia meridionale).
- Ecotossicità e Biodiversità: L’uso massiccio di pesticidi e fertilizzanti danneggia i terreni. L’Eco-score francese raddoppia il peso della tossicità delle acque dolci proprio per calcolare il danno alla biodiversità, penalizzando fortemente il cotone non biologico.
Quali sono invece le materie con l’impatto più basso?
- Il lino e la canapa (soprattutto europei/francesi): Richiedono pochissima acqua, quasi zero pesticidi e crescono localmente, riducendo l’impatto della logistica.
- Le fibre riciclate: Passare dal poliestere vergine a quello riciclato dimezza o triplica l’impatto della materia prima nell’algoritmo.
- Il cotone biologico “pluviale”: Coltivato in zone dove l’irrigazione sfrutta l’acqua piovana anziché sottrarla alle falde acquifere locali.
Il nodo della durabilità
La piattaforma calcola in maniera automatica anche il coefficiente di durabilità: “questo coefficiente è legato alle pratiche commerciali dei marchi e alla propensione dei capi a essere utilizzati più a lungo”, si legge nella piattafoma. Compreso tra 0,67 e 1,45, fa sì che i vestiti di marchi particolarmente virtuosi abbiano un coefficiente di durabilità elevato (1,45); al contrario, i capi provenienti da marchi di tipo «ultra fast fashion» avranno un coefficiente di durabilità basso (0,67). Riprendendo il nostro esempio, il cappotto di Vuitton ha un indice di durabilità di 1,32 punti, quello di Promod 1,15.
Se si tiene conto della differenza di prezzo tra di due capi, non si può certo affermare che spendere di più assicura un costo ambientale minore e nemmeno che la durabilità del capo rende giustificabile il maggiore investimento.
Il “coût environnemental” francese è stato studiato per rendere i consumatori consapevoli dei loro acquisti e fornire loro uno strumento di supporto alle loro valutazioni. Siamo certi che il sistema raggiunga il suo obiettivo?



