Nel 2025, l’Europa ha generato 13,3 milioni di tonnellate di rifiuti tessili post-consumo, ma solo 1,5 milioni di tonnellate sono state raccolte e selezionate, ovvero circa una tonnellata su nove. E’ questo il primo scoglio da superare per incrementare il riciclo Textile-to-Textile (T2T), che potrebbe raggiungere il 15% entro il 2035, se il sistema farà investimenti adeguati. Lo afferma il report “Advancing textile circularity” realizzato da Boston Consulting Group all’interno del progetto Re-Hub. Lo studio evidenzia che con una percentuale di raccolta intorno al 33% e di selezione intorno al 36%, la base di riferimento per il riciclo T2T rimane limitata e concentrata. Senza aumentare i tassi di raccolta e selezione, difficilmente il settore può diventare interessante da un punto di vista industriale.
Lo studio suggerisce che una quota del 14-15% può essere effettivamente gestita su larga scala. Tuttavia, questo richiede un miglioramento parallelo e coordinato di tre leve fondamentali: l’aumento dei volumi di raccolta differenziata, l’incremento della quota e della qualità della fase di selezione (sorting) e lo sviluppo delle capacità e delle rese di riciclo
Il consumo di fashion non accenna a diminuire
Si parla di sostenibilità, durabilità, overproduction, ma il divario tra intenzione e azione resta alto. Il report stima una crescita del mercato del fast fashion dell’11% annuo tra il 2025 e il 2035, grazie alla produzione a basso costo. Il risultato è una costante compressione del ciclo di vita dei prodotti: i consumatori dell’UE acquistano circa 95 capi tessili all’anno (in aumento del 12% rispetto al 2019).
Le abitudini di consumo faticano a cambiare e le normative in fase di evoluzione potranno forse scoraggiare certi comportamenti, ma nel breve periodo queste azioni non saranno sufficienti ad arrestare l’invasione di abiti di bassa qualità, che quindi in qualche modo deve essere gestita.
Quanto costerà raggiungere l’obiettivo 15%
Per far funzionare il sistema di riciclo da tessuto a tessuto (T2T) e scalare la capacità per raggiungere l’obiettivo del 15% entro il 2035, è necessario uno sforzo economico massiccio e coordinato.
Nello specifico, il report stima un fabbisogno complessivo di:
- Da 8 a 11 miliardi di euro in CAPEX (investimenti di capitale “una tantum” per la costruzione delle infrastrutture e degli impianti).
- Da 5 a 6,5 miliardi di euro in OPEX all’anno (costi operativi ricorrenti per sostenere il sistema).
Questi costi non sono distribuiti in modo uniforme lungo la filiera, ma seguono dinamiche specifiche per ogni anello del sistema. I costi di investimento (CAPEX) sono fortemente concentrati nella fase finale di riciclo. Costruire da zero nuovi asset industriali richiede capitali ingenti: si stimano tra i 5 e i 7,5 miliardi di euro solo per gli impianti di riciclo (chimico) del poliestere, a cui si aggiungono 2-2,2 miliardi per il riciclo del cotone/cellulosa.
Le fasi di raccolta, selezione e pre-trattamento richiedono investimenti strutturali (CAPEX) inferiori (complessivamente stimati tra 1,2 e 1,7 miliardi di euro), esse comportano OPEX estremamente elevati. Nello specifico, la raccolta richiede fino a 1,2 miliardi di euro all’anno, la selezione (sorting) fino a 850 milioni di euro all’anno e il pre-trattamento fino a 750 milioni di euro all’anno. Questo è dovuto alla necessità di maggiore manodopera, macchinari (come scanner portatili) ed energia per soddisfare specifiche di qualità molto più rigorose.
I selezionatori dovranno sostenere il peso del cambiamento
Nello scenario di scale-up del riciclo da tessuto a tessuto (T2T), si stima che il margine EBIT dei selezionatori subisca un calo significativo, passando dall’attuale 3-5% a un valore negativo compreso tra -5% e 0%. Questo deterioramento della redditività è dovuto a una combinazione di costi in forte aumento a fronte di ricavi che rimangono bloccati: nel nuovo scenario, i selezionatori devono rispettare specifiche di qualità molto più rigorose per fornire ai riciclatori il materiale adeguato. Questo livello di selezione più profondo e accurato comporta un notevole aumento dei costi legati alla manodopera e alle nuove attrezzature necessarie
Nonostante i maggiori sforzi, il modello economico analizzato evidenzia che i canali di ricavo e il mix di volumi rimangano invariati rispetto a oggi: secondo lo studio non ci sarà un “premio di prezzo” per i materiali destinati al riciclo T2T. Imaggiori costi di selezione saranno quindi assorbiti internamente (“a monte” della filiera) senza essere compensati da un aumento dei ricavi di vendita
Per evitare che i selezionatori operino in perdita, i costi aggiuntivi di una selezione più profonda non possono essere assorbiti solo da loro, ma richiedono meccanismi di condivisione del rischio e un supporto strutturale, guidato in primis dai fondi EPR: ad esempio un prezzo minimo garantito per la selezione, programmi di reinserimento con le autorità pubblica per aumentare la manodopera, adozione di tecnologie come gli scanner digitali.
Incrementare la raccolta: un obiettivo prioritario
Per rendere raggiungibile l’obiettivo del 15% di riciclo T2T entro il 2035, è fondamentale incrementare la raccolta: dal 33% circa del 2025 al 50% circa entro il 2035. La selezione dovrebbe incrementare dal 36% circa del 2025 al 63% circa entro il 2035, parallelamente all’implementazione di capacità di pre-trattamento associate per preparare le materie prime al riciclo. Nella fase finale, il riciclo in nuovi tessuti dovrebbe espandersi notevolmente, raggiungendo i 2,7 milioni di tonnellate di tessuti riciclati in nuove fibre tessili.
Il rapporto precisa che sia il tasso di raccolta sia il tasso di selezione sono calcolati sui volumi di rifiuti tessili post-consumo escludendo la quota destinata al riuso diretto. In particolare, il tasso di selezione del 36% rappresenta esclusivamente la quota di materiale raccolto che viene convertito in flussi orientati al riciclo e non al riuso. Attualmente, il riuso diretto rappresenta circa l’8% del totale dei rifiuti tessili post-consumo, equivalente a circa 1,1 milioni di tonnellate nel 2025.
Si prevede inoltre che la percentuale del riuso crescerà fino al 12% (circa 2,2 milioni di tonnellate) entro il 2035. Questa crescita è attesa grazie allo sviluppo di pratiche più sostenibili a livello locale, ed è un elemento cruciale: al momento i raccoglitori derivano circa il 90% dei loro ricavi proprio dal mercato del riuso, rendendolo una parte fondamentale per la redditività dell’intero sistema di gestione dei rifiuti tessili.
I principali ostacoli per gli investitori nel riciclo T2T
Le principali barriere che oggi frenano gli investitori dal finanziare la prima ondata di infrastrutture per il riciclo da tessuto a tessuto (T2T) sono legate a un divario economico e a rischi strutturali dell’intera filiera:
- Redditività inaccettabile (EBIT fortemente negativo): Il blocco fondamentale è che i profili di redditività attuali non sono attraenti, in particolare per i riciclatori puri. Le stime per lo scenario di sviluppo al 2035 indicano margini EBIT che crollano tra il -25% e il -75% per il riciclo chimico del poliestere, e persino tra il -50% e il -100% per il riciclo del cotone e della cellulosa. In queste condizioni base, le nuove infrastrutture sono difficilmente finanziabili.
- Fabbisogno di capitali massiccio ad alto rischio, come abbiamo visto sopra.
- Costi non competitivi e assenza di un “premio verde”: Le fibre riciclate tramite T2T hanno costi di lavorazione strutturalmente più alti (circa 2,5 volte superiori rispetto alle fibre vergini) e non sono attualmente competitive in termini di prezzo con i percorsi di riciclo esistenti.. Inoltre, i modelli economici indicano che attualmente il mercato non è disposto a pagare un “premio di prezzo” per assorbire questi costi extra, creando uno stallo strutturale.
- Rischio legato all’approvvigionamento delle materie prime (Feedstock): Per chi investe in costosi impianti di riciclo, è vitale avere un afflusso costante di materiale da trattare. Tuttavia, il sistema attuale di raccolta e smistamento perde enormi volumi di tessuti (finiti nell’indifferenziata o esportati). Di conseguenza, i riciclatori non hanno un accesso stabile, prevedibile e di qualità ai rifiuti tessili post-consumo.
- Incertezza sulla domanda a lungo termine: Il sistema ha bisogno di certezze sui ricavi. Gli investitori sono frenati perché i brand della moda faticano, a causa dei loro margini sottili, ad assorbire i costi maggiori delle fibre T2T. Senza accordi di acquisto a lungo termine (offtake commitments) o impegni credibili da parte dei marchi, il rischio di invenduto per i riciclatori rimane troppo alto.
Una road map per i prossimi anni
Sono necessari meccanismi abilitanti affinché la circolarità T2T diventi investibile – e quindi scalabile – durante il periodo di transizione. Queste misure potrebbero assumere la forma di politiche pubbliche (ad esempio, programmi educativi per aumentare la raccolta), sovvenzioni mirate per investimenti (ad esempio, a favore di aziende di pretrattamento o riciclaggio), tariffe eco-modulate (progettate per coprire il costo netto finale effettivo di raccolta, selezione, pretrattamento e riciclaggio) e misure normative (ad esempio, l’obbligo di una quota minima di fibre riciclate nella produzione tessile). Si potrebbero inoltre esplorare ulteriori aspetti (ad esempio, modelli operativi alternativi come la selezione nelle economie a basso reddito).
Tuttavia, il documento precisa chiaramente che un business case completo non può basarsi solo sui costi di investimento (CAPEX) e operativi (OPEX), ma deve tenere conto anche dei costi evitati che oggi gravano sul sistema generale di gestione dei rifiuti: quelli per la raccolta e il trattamento dei rifiuti misti (la quota di tessili che finisce nell’indifferenziata) in primis. In questa ottica il riciclo tessile potrebbe apparire come più attrattivo per gli operatori coinvolti.




