Il cashmere è una fibra preziosa, che nasce da una produzione lenta, legata ai ritmi della natura. Negli ultimi anni i volumi di produzione sono aumentati tantissimo per rispondere alle richieste del mercato che non considera la fragilità della filiera che sta alla base di questa produzione.  Ne ho parlato con Ian Whiteford, Chair The Sustainable Fibre Alliance  in questo episodio del podcast.

Il cambiamento climatico e l’impatto sugli allevatori della Mongolia

L’analisi della filiera del cashmere inizia dalla delimitazione geografica della produzione primaria, concentrata quasi esclusivamente nella cosiddetta “Cashmere Belt”, tra il 35° e il 55° parallelo nord. In quest’area, caratterizzata da escursioni termiche estreme, la Capra Hircus sviluppa il duvet, il sottomantello isolante che costituisce la fibra nobile. La Cina (in particolare l’Inner Mongolia) e la Mongolia dominano il mercato globale. La Cina, nella regione chiamata Inner Mongolia, è il primo produttore mondiale. Qui la fibra è nota per l’estrema finezza (spesso sotto i 15.5 micron) e il colore bianco puro. La Mongolia è il secondo produttore: la fibra prodotta in questa area tende a essere leggermente più lunga, ma con una gamma cromatica naturale più ampia (dal grigio al marrone).

Ma le differenze non sono solo queste: nelle due aree le metodologie di allevamento sono molto diverse. In Mongolia domina il nomadismo pastorale: le greggi si spostano liberamente su vasti territori seguendo i cicli stagionali. Questo garantisce una dieta più varia e naturale, ma espone gli animali a rischi climatici estremi e rende più complessa la tracciabilità e la standardizzazione. In Cina il modello è prevalentemente semi-stanziale o intensivo. Gli allevatori operano in aree delimitate da recinzioni e spesso integrano l’alimentazione naturale con foraggio supplementare. Questo permette un controllo più rigido sulla salute del gregge ma comporta costi di gestione più elevati.

In Mongolia la produzione del cashmere è strettamente legato alla coltura locale, il nomadismo è uno stile di vita difficile da mantenere, ma è anche un modo per far restare viva una tradizione che è collegata all’identità di un popolo.

Foto di Bolatbek Gabiden su Unsplash

In questa area le condizioni meteorologiche sono uno dei fattori che influenzano la produzione del cashmere e che possono determinare la fortuna o il disastro per gli allevatori mongoli che ancora si prendono cura delle capre in maniera tradizionale. Il 40% del cashmere che arriva nei nostri negozi proviene dalla Mongolia ed è ancora allevato in questo modo, da famiglie di allevatori nomadi che hanno nelle capre il loro unico sostentamento. Così quando il clima impazzisce e arriva una stagione come quella del 2024, la situazione diventa davvero complicata. Nelle steppe della Mongolia soffia un vengo gelido, il Dzud, tipico delle regioni dell’Asia centrale e orientale. Nel 2024 le abbondanti nevicate hanno formato strati di ghiaccio sotto gli accumuli di neve che hanno impedito alle mandrie di raggiungere pascoli e foraggio, con conseguente perdita di oltre il 10% del bestiame nel paese. Secondo il Ministero dell’Agricoltura Mongolo sono andate perse circa 2,5 milioni di capre.

Questo ha significato una drastica riduzione della fibra prodotta: le esportazioni di cashmere pettinato mongolo hanno registrato un calo del 55% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Gli effetti della stagione disastrosa non sono terminati: lo stress subito dagli animali sopravvissuti nel 2024 ha influenzato la crescita della fibra nel 2025, portando in alcuni casi a una fibra più corta o meno elastica

Dietro questo disastro c’è la storia di tanti allevatori che si trovano a fare i conti con i debiti e difficoltà economiche. Perché di fatto non hanno nessun supporto, sono i proprietari del loro bestiame, da cui possono avere profitti e perdite.

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica c’è stata la privatizzazione degli allevamenti, che fino a qualche momento erano gestiti da cooperative statali. Con la privatizzazione, i pascoli sono rimasti pubblici, ma il bestiame è diventato proprietà dei singoli nuclei familiari. Da quel momento è iniziata una vera e propria corsa alla produzione della fibra, con l’aumento del numero dei capi allevati e un innalzamento dei prezzo di vendita che ha reso questa attività appetibile. Nel 1996 un chilo di cashmere valeva appena 2.500 tugrik al chilo, poco meno di un euro. Nel 2007 era già salito a 9.000. Oggi ha superato i 150.000 tugrik, oltre 40 euro al chilo. Negli ultimi trent’anni, il numero di capre è passato da 7 a 22 milioni. Questo ha provocato  il degrado del 76% dei pascoli e una desertificazione sempre più rapida del suolo.

SFA e la tracciabilità della filiera

Nel 2015 a Londra è nata The Sustainable Fiber Alliance, un sistema di certificazione sostenuto dai grandi brand del lusso per rendere la fibra tracciabile, garantire il benessere degli animali, aiutare gli allevatori a migliorare i propri metodi di allevamento per garantire la produzione di una fibra di alta qualità, più remunerativa. Il programma di certificazione è partito ufficialmente in Mongolia nel 2017; nel 2020, grazie a una partnership con l’ICCAW (International Cooperation Committee of Animal Welfare), la certificazione si è estesa anche alla Cina, creando di fatto il primo standard globale per il cashmere sostenibile.

Ian Whiteford, Chair The Sustainable Fibre Alliance, è un profondo conoscitore del cashmere e dei metodi di produzione. Nell’intervista abbiamo parlato dei meccanismi di mercato, delle sfide che oggi gli allevatori devono affrontare, ma anche delle possibili frodi che possono verificarsi in questo mercato. Buon ascolto