Rendere circolare e trasparente la gestione degli scarti tessili pre-consumo, post-industrial e post-consumo. E’ quello che fa MustHad, una piattaforma innovativa che per fare questo usa l’intelligenza artificiale e la tracciabilità digitale. Ne ho parlato con uno dei suoi fondatori, Matteo Aghemo.
Misurare la circolarità è un’impresa impegnativa per un’azienda produttiva, soprattutto perché si tratta di andare a indagare e a tracciare tutto quello che succede dopo che un prodotto o un semilavorato è diventato uno scarto. Ma in realtà concentrare la propria attenzione su questa fase significa anche rimettere in discussione la definizione stessa di scarto, perché materiali diventati inutilizzabili per la fase principale, possono avere tante interessanti applicazioni e di fatto continuare a esistere limitando sprechi e creando nuovo valore. Con la legislazione in fase di evoluzione che chiede di misurare i volumi di produzione, di dichiarare lo scarto, la sua destinazione, che impone obblighi di eco-design e standard di riciclo, attivare un monitoraggio attento è fondamentale. Ed ecco che entra in campo Musthad, una start up che promuove l’economia circolare attraverso la tecnologia.
Mustad utilizza l’intelligenza artificiale per strutturare e consolidare i dati sui materiali, algoritmi dedicati per individuare soluzioni circolari e sistemi di tracciabilità digitale per monitorare i flussi degli scarti. Offre piattaforma B2B che aiuta i marchi di moda e le aziende manifatturiere a ottimizzare, rendere circolare e trasparente la gestione degli scarti tessili pre-consumo, post industrial e post consumo. Sta inoltre lavorando a un modello che misura l’impronta di carbonio delle attività di riciclo e riuso. La community, perché di questo si tratta, si compone di circa 200 operatori circolari, principalmente in Europa, ma anche negli Stati Uniti e in Asia.
Come si classifica uno scarto
In una logica di sistema la composizione dello scarto è solo una delle metriche da considerare: volumi di produzione, presenza di sostanze chimiche, presenza di accessori metallici sono alcuni degli altri aspetti che devono essere tracciati. Un tipo di valutazione che è più semplice da fare quando si parla di invenduti: molte aziende chiedono come massimizzare la valorizzazione dei loro scarti, ma spesso il processo di analisi si blocca a causa della mancanza di dati interni e di ruoli specifici dedicati alla gestione degli scarti, che invece riguardano diverse aree aziendali.
Nell’esperienza pionieristica di Musthad, il 70% delle richieste ricevute riguarda soluzioni “open loop”, dove i materiali sono destinati a riciclo o rivendita senza che l’azienda riprenda l’output, mente il 30% delle aziende è interessato a soluzioni “close loop”, in cui i prodotti ritornano all’azienda ed è qui una sfida importante. Purtroppo i materiali vergini economici rendono i riciclati non competitivi, e la qualità dei prodotti tessili attuali, spesso complessi e misti, rende il riciclo difficile. Solo il 20% dei riciclatori nell’ecosistema di Mustad produce output per il settore della moda, mentre altri settori come l’edilizia (17-18%), l’automotive (15%), l’interior design e il packaging assorbono gran parte dei materiali riciclati.
Il riciclo meccanico, il più utilizzato
Naturalmente il riciclo meccanico è quello più utilizzato, ma non è sempre sinonimo di bassa qualità: con adeguati processi di selezione e miscelazione con fibre vergini, si possono ottenere filati di buona qualità, come dimostrato in vari progetti “fiber to fiber”. Le tecnologie di riciclo chimico permettono di ottenere fibre riciclate di qualità ancora più alta, ma spesso presentano barriere economiche, come i costi elevati dei test iniziali.
Di questo e molto altro abbiamo parlato io e Matteo Aghemo, cofounder di Musthad, nell’intervista che state per ascoltare.



