L’incertezza legata alle politiche commerciali statunitensi e all’impatto dei dazi è la preoccupazione principale per il 92% delle aziende americane: è quello che fotografa l’USFIA 2026 Fashion Industry Benchmarking Study, realizzato dall’Università del Delaware in collaborazione con la United States Fashion Industry Association (USFIA) su un campione di dirigenti delle principali aziende della moda statunitensi.

Nonostante la bocciatura da parte della Corte Suprema, l’introduzione dei dazi temporanei della Sezione 122 e la minaccia di nuove tariffe (Sezioni 301 e 232) mantengono altissima la tensione nel settore. L’amministrazione Trump negli ultimi giorni ha confermato e rilanciato l’imposizione di nuovi dazi commerciali, aggirando gli ostacoli legali emersi negli ultimi mesi.

La Casa Bianca ha infatti annunciato un nuovo pacchetto di tariffe doganali con aliquote comprese tra il 10% e il 12,5%. Il provvedimento colpisce oltre 80 Paesi, inclusi i principali partner commerciali degli USA come l’Unione Europea e la Svizzera. Tra le giustificazioni formali adottate dall’amministrazione figurano questioni legate a normative di tutela del lavoro e alla regolamentazione del commercio internazionale.

Proprio la gestione del rischio del lavoro forzato è un altro dei punti “caldi” individuati dal report USFIA: rispetto allo scorso anno il tema è salito dal decimo al sesto posto tra le priorità aziendali. a causa del notevole aumento di sequestri e controlli sui beni importati da parte della dogana USA. Tutto questo ha aumentato i costi di sourcing, che devono anche fare i conti con una forte spinta inflazionistica.

Nessun Reshoring di massa

Nonostante gli annunci di Trump e le azioni per riportare la manifattura negli Stati Uniti, aumentare la produzione “Made in USA” non è vista come una soluzione reale ai dazi; solo il 10% delle aziende della moda la considera una strategia praticabile. Piuttosto i brand stanno cambiando strategia con i fornitori esistenti, adottando una strategia di consolidamento. Le aziende stanno passando da un’espansione geografica incontrollata all’ottimizzazione della rete di fornitori esistenti, riducendo il numero complessivo di fornitori ma rafforzando le partnership strategiche.

La Cina continua a perdere quote: solo il 12% delle aziende vi acquista più del 30% dei propri volumi e la quota media di importazioni cinesi è scesa sotto il 10%. Per la prima volta dopo decenni, la quota di mercato cinese negli import USA è scesa sotto quella di Vietnam e Bangladesh. Tuttavia, la Cina rimane insostituibile per flessibilità, bassi minimi d’ordine, costi competitivi e integrazione verticale.

Nella geografia produttiva statunitense le cose stanno cambiando: l’uso dell’accordo CAFTA-DR è cresciuto del 76%. L’accordo evita completamente l’applicazione del dazio ma a una condizione fondamentale: che i prodotti rispettino le regole di origine stabilite dal CAFTA-DR. E qui arrivano i problemi. Se è vero che una nave dal dal Centro America agli USA impiega dai 3 ai 7 giorni con i 30-45 richiesti dai porti cinesi o vietnamiti, è anche vero che la fama di prodotti offerti dai Paesi CAFTA-DR o dal Messico sono molto limitato. Si possono produrre T-shirt, felpe, abbigliamento sportivo/basic in maglia e pantaloni/denim. ma per produrre giacche strutturate, abiti da sera, intimo d’alta gamma o capi impermeabili di precisione occorrono macchinari complessi, competenze manuali storiche e una catena di fornitura di componenti (bottoni, cerniere, imbottiture, fodere) che in Centro America semplicemente non esiste. Per quello servono i Paesi asiatici.

E qui entra in gioco la regola del Yarn-Forward: per ottenere l’esenzione dai dazi doganali quando un capo entra negli USA da un paese CAFTA-DR, l’intero processo — dalla filatura del filato, alla tessitura del tessuto, fino al confezionamento finale — deve avvenire all’interno dei paesi membri dell’accordo (gli USA o i paesi centroamericani partner). Gli USA producono ottimo cotone, ma gran parte della capacità di produzione di poliestere avanzato, nylon ad alte prestazioni, microfibre e tessuti elastici si trova in Asia (Cina, Taiwan, Corea del Sud). Per fare un esempio pratico: se una fabbrica in Guatemala usa tessuto o filato importato dalla Cina per fare un leggings sportivo, perde il beneficio del CAFTA-DR e deve pagare il dazio pieno all’ingresso negli USA. Se vuole usare il beneficio CAFTA-DR, è costretta a usare solo tessuti locali o statunitensi, che però offrono poca scelta, qualità inferiore sui sintetici e costi più alti. Quindi di fatto la dipendenza dall’Asia è molto forte.

 

La sostenibilità un fattore sempre più strategico

Si ha sempre la percezione che la sostenibilità non sia un fattore strategico per il mercato americano, ma il report della United States Fashion Industry Association fotografa una situazione diversa.  Nonostante l’incertezza, l’87% delle aziende pianifica di aumentare le assunzioni nei prossimi cinque anni. I ruoli a maggior crescita non riguardano il design tradizionale, ma figurano al primo posto: Data Scientist, Specialisti in conformità doganale/commerciale e Specialisti in sostenibilità ambientale. Ogni azienda utilizza strumenti di IA in media in 3 aree diverse. Le applicazioni più diffuse sono la previsione della domanda e pianificazione dell’inventario (56,3%), la gestione del rischio, l’ottimizzazione dei costi e la conformità doganale.

Non solo:  il 73% delle aziende intervistate destinerà più risorse alla sostenibilità e alla compliance normativa. C’è anche da tenere conto che le normative EPR e il Passaporto Digitale del Prodotto (DPP) stanno modificando le prassi d’acquisto: oltre il 60% segnala un aumento dei costi di rendicontazione e dei requisiti di tracciabilità lungo la filiera. E sottolineo nuovamente il tema della due diligence sulla filiera e del monitoraggio contro il lavoro forzato, che sono aspetti molto importanti in questo momento per i brandi americani.

Anche l’Africa ha un ruolo strategico per la moda statunitense

Le aziende intervistate hanno espresso il 100% di consenso su tre richieste fondamentali rivolte ai legislatori USA: esentare il settore tessile e abbigliamento da nuovi aumenti dei dazi; mantenere l’accordo trilaterale USMCA (USA-Messico-Canada) evitando di sostituirlo con accordi bilaterali; fornire incentivi fiscali e tariffari per sostenere la produzione nel continente americano (Western Hemisphere). Chiedono inoltre il rinnovo a lungo termine (almeno 10 anni) dell’AGOA (African Growth and Opportunity Act) con regole di origine flessibili per attrarre investimenti durevoli in Africa.

L’AGOA è l’acronimo di African Growth and Opportunity Act. Si tratta di una legge commerciale statunitense approvata nel 2000 che definisce un programma di preferenze tariffarie di tipo non reciproco. Permette l’importazione sul mercato statunitense a dazio zero per diverse categorie di prodotti (tra cui i capi di abbigliamento e i tessili) provenienti dai paesi beneficiari dell’Africa sub-sahariana. Nell’accordo si applica la norma del Third-Country Fabric”: è una clausola chiave che consente a diversi paesi beneficiari di produrre ed esportare abbigliamento esente da dazi negli USA utilizzabili anche filati e tessuti provenienti da paesi terzi (ad esempio asiatici). Questa flessibilità è fondamentale poiché molti Paesi della regione hanno capacità di produzione tessile a monte ancora limitate.

Di fatto, tenuto conto che la Cina sta investendo molto in Africa nella creazione di grandi aziende produttrici di abbigliamento, è un modo per superare gli ostacoli e continuare a rifornire il mercato americano. Nel 2026, 32 dei 49 paesi dell’Africa sub-sahariana risultano idonei ai benefici dell’AGOA, e 21 di essi qualificati per la clausola del third-country fabric. Dopo lo scadere della proroga decennale nel settembre 2025, il programma è stato riautorizzato all’inizio del 2026 soltanto fino al 31 dicembre 2026. Quindi si è in una situazione di forte incertezza.

Ma anche gli abiti usati hanno un ruolo in questa partita.

L’AGOA consente ai paesi africani di esportare abbigliamento nuovo ed esente da dazi negli Stati Uniti. Tuttavia, gli USA sono anche uno dei principali esportatori mondiali di abiti usati, che vengono venduti in enormi volumi nei mercati dell’Africa sub-sahariana.Per poter beneficiare delle agevolazioni dell’AGOA, i paesi africani devono rispettare rigide condizioni, tra cui l’eliminazione delle barriere commerciali nei confronti delle merci statunitensi. L’AGOA favorisce l’export di abiti nuovi dall’Africa verso gli USA, ma viene utilizzato contemporaneamente da Washington come strumento negoziale per garantire che i paesi africani continuino a consentire l’ingresso degli abiti usati provenienti dal mercato americano.

Nel 2016, la Comunità dell’Africa Orientale (EAC — che comprende paesi come Ruanda, Kenya, Uganda e Tanzania) ha deciso di aumentare i dazi o vietare progressivamente l’importazione di abiti usati dall’Occidente. L’obiettivo era proteggere e rilanciare le industrie tessili e la produzione manifatturiera locale. Gli USA hanno avvertito i paesi coinvolti che il divieto sugli abiti usati americani avrebbe comportato la sospensione dai benefici dell’AGOA. Per non perdere l’accesso a dazio zero al mercato statunitense, la maggior parte dei paesi (come Kenya, Uganda e Tanzania) ha revocato i blocchi sugli abiti usati. Il Ruanda ha rifiutato di revocare le tariffe protettive sugli abiti usati, rivendicando la propria sovranità economica. Di conseguenza, gli Stati Uniti hanno sospeso il Ruanda dai benefici AGOA per il settore dell’abbigliamento.

C’è una forte connessione tra tutti i temi più caldi del momento e la strategia dei dazi di Trump ha radici più profonde di quello che immaginiamo. La portata globale dell’industria del fashion, si manifesta quando si vanno ad analizzare i funzionamenti delle catene di fornitura. Si tratta di un settore complesso, dominato dalla politica, che coinvolge le vite di miliardi di persone.