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Sostenibilità e trasparenza: l’Higg Index, il nuovo mantra per il settore moda. Lo ha stabilito Zalando.

Photo by Clem Onojeghuo on Unsplash

Tutte le volte che si parla di trasparenza nella moda non si può fare a meno di segnalare la mancanza di uno standard condiviso: la scelta delle informazioni da condividere, in quale forma, con quale unità di misura, resta una scelta dei brand e spesso la trasparenza diventa il frutto di una strategia di marketing. Zalando ha deciso di dare una sterzata al dibattito sulla trasparenza, annunciando che entro il 2023 tutti i brand venduti sulla piattaforma dovranno condividere le informazioni sulla catena di approvvigionamento e sull’impatto ambientale dei prodotti utilizzando l’Higg Index. Un annuncio rivoluzionario, che darà un’accelerata generale al mondo della moda in questa direzione. Anche perché fornire le informazioni richieste dall’Higg Index non è così semplice.

Ma se a fare un annuncio del genere è un colosso come Zalando, il più grande rivenditore di moda online in Europa, il segnale non può fare a meno di arrivare forte e chiaro: entro il 2023 i brand che non si sono adeguati saranno fuori dalla piattaforma. Oggi su Zalando sono presenti circa 2.500 marchi diversi per un valore di oltre 8 miliardi di euro all’anno, con oltre 32 milioni di utenti attivi in ​​17 mercati europei. “Non possiamo migliorare nulla se non possiamo misurarlo“, hanno detto dal quartier generale annunciando l’iniziativa.

Cos’è l’Higg Index

L’Higg Index è un tool di strumenti di misurazione per i settori tessile, dell’abbigliamento e delle calzature sviluppato da Sustainable Apparel Coalition, per misurare gli impatti sociali e ambientali. Ci sono diverse versione dell’Higg Index, studiato per chi produce materie o per chi lavora lungo la catena di produzione. E poi c’è anche quello per il retail, l’Higg Brand and Retail Module, che è quello che dovranno usare i fornitori di Zalando: misura l’impatto ambientale e sociale dei prodotti di un marchio, dai materiali alle condizioni della forza lavoro e alla riciclabilità.

Per aderire i brand devono compilare un questione di 250 domande, che si concentrano su tutto, dall’uso di acqua e sostanze chimiche ai gas serra e alle condizioni di lavoro. Un grosso lavoro, lasciato però all’autovalutazione da parte del brand che lo compila, ma in ogni caso si tratta di uno strumento sulla sostenibilità va in profondità. Per le aziende che aderiscono anche a ZDHC la compilazione dell’Higg Index sarà semplificata dal fatto che potranno essere usati i dati sull’impatto della chimica sui prodotti già utilizzati.

La compilazione dei tools è gratuito per le aziende che sono già socie di Sustainable Apparel Coalition; per i non soci l’adesione costa mille dollari se si ha un fatturato inferiore ai 100 milioni di dollari.

L’Higg Index si suddivide in tre categorie:

Higg Product Tools, che valutano quali strumenti sono utilizzati durante la progettazione di un prodotto per stimarne l’impatto una volta realizzato. All’interno di questa categoria troviamo:

– Higg Materials Sustainability Index (MSI). E’ un indicatore sulla sostenibilità delle materie prime.

– Higg Design & Development Module (DDM). Aiuta gli stilisti orientandoli verso materiali e tecniche in grado di migliorare gli impatti del capo prima della sua realizzazione.

– Higg Product Module. Misura l’impatto ambientale di un prodotto durante tutto il suo ciclo di vita (acqua utilizzata, energia consumata, emissioni, etc).

Higg Facility Tools, con i quali le aziende misurano le prestazioni sociali e ambientali delle loro strutture per migliorare gli impatti generati durante la produzione.

Higg Brand & Retail Module (Higg BRM), utilizzati dai brand per misurare gli impatti ambientali e sociali delle loro operazioni e apportare i necessari miglioramenti. Favorisce la condivisione delle informazioni con le altre aziende della supply chain.

La trasparenza, una questione di competitività

La trasparenza sta diventando anche una questione di competitività: un’indagine della società di consulenza Mc Kinsey sui buyer dei principali department store di lusso, ha fatto emergere che oggi questi acquistano circa il 23% di prodotti sostenibili dalle aziende, ma che potrebbero estendere questa percentuale al 40% entro 5 anni. Numeri importanti, che renderanno più veloce la corsa verso l’individuazione di regole condivise per individuare in quale modo misurare la propria sostenibilità e trasparenza. E’ evidente che gli strumenti utilizzati fino ad oggi non sono sufficienti, anche perché basati sulla volontarietà e l’autoregolamentazione (leggi anche La moda naviga tra linee guida, agreement e audit: ma sono davvero efficaci per garantire i diritti dei lavoratori?).

Altrimenti si creano situazioni come quelle di qualche settimana fa quando è uscito il Tranparent Index 2020 di Fashion Revolution, che ha messo sul podio H&M: modelli di business insostenibili riescono a mostrarsi ai consumatori in maniera migliore giocando sulla leva della trasparenza e su una sapiente condivisione dei dati.

Ci penserà la normativa europea a mettere ordine?

Fino ad oggi le ONG, come Greenpeace, Textile Exchange o anche Sustainable Apparel Coalition, hanno cercato di spingere il settore in una direzione più sostenibile ed etica, usando quella che in gergo viene chiamata “soft law“. Praticamente, grazie alla loro influenza, hanno cercato di imporre requisiti non ufficiali per cercare di indirizzare il lavoro dei brand. Ma questo potrebbe non essere sufficiente, le stesse ONG non sono soddisfatte dei risultati raggiunti. E l’Unione Europea corre ai ripari per cercare di regolare un sistema che sembra invece deciso a stabilire da solo le regole dei gioco con due regolamenti che sono allo studio: uno disciplinerebbe gli obblighi in materia di diritti umani delle imprese, l’altro vorrebbe che le aziende riferissero più informazioni “non finanziarie” su cose come le prestazioni sociali e ambientali.

Se la direzione è questa l’Italia, dove ancora la manifattura nel sistema moda è attiva, dovrà far sentire la propria voce. Il rischio è che le norme vengano scritte da chi non conosce il funzionamento della filiera e che l’Europa stabilisca regole di difficile applicazione alle nostre imprese.

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