E’ attesa prima dell’estate la proposta legislativa per la revisione del Regolamento per l’etichettatura tessile (n. 1007/2011): si tratta di una modifica importantissima, che si integra con le normative in discussione sull’eco-design e la circolarità e che avrà un impatto evidente. La revisione del Regolamento non si limiterà a digitalizzare l’etichetta, ma interverrà profondamente sulla nomenclatura e sulla struttura della dichiarazione di composizione.
Infatti l’attuale normativa, focalizzata quasi esclusivamente sulla composizione delle fibre, è apparsa negli ultimi anni sempre più anacronistica. Con l’emergere di nuove fibre innovative e la crescente domanda di trasparenza ambientale, l’etichetta fisica ha mostrato i suoi limiti.
La nuova nomenclatura
La vera rivoluzione non riguarda solo l’aggiunta di nuovi nomi di fibre (come accaduto in passato per il Seacell o il Polilattide), ma la possibilità di integrare aggettivi qualificativi obbligatori nella stringa di composizione: secondo le raccomandazioni del JRC uscite a fine 2025, la nuova nomenclatura richiederà di specificare se la fibra è Vergine, Riciclata o Bio-based.
Per fare un esempio concreto, oggi nell’etichetta di composizione devo scrivere “100% Poliestere”, ma non c’è altro obbligo oltre a quello di indicare in maniera precisa le fibre utilizzate. Dopo il regolamento dovrà essere specificato se la fibra è riciclata, nel caso lo sia.
La nuova etichetta dovrà riflettere la complessità dei materiali:
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Multi-componente: Per i capi con fodere, imbottiture o inserti, la composizione dovrà essere dettagliata per ogni sezione in modo più rigoroso, includendo anche accessori che prima erano esclusi (come le componenti in pelle o pelliccia, che entrano nel regolamento).
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Tolleranze più strette: La Commissione sta valutando di ridurre la soglia di tolleranza per le fibre estranee (attualmente al 2-5%) per garantire che i capi dichiarati “monomateriale” (e quindi più facili da riciclare) lo siano davvero.
Per risolvere il problema delle etichette lunghe 20 centimetri scritte in tutte le lingue dell’UE, si passerà a un sistema di pittogrammi per le fibre. Quindi, sempre facendo un esempio, se un’azienda usa il pittogramma standardizzato per il “Cotone” o per il “Riciclato”, non dovrà più tradurre i termini in 24 lingue. Ciò permetterà di avere etichette fisiche molto più piccole.
Quindi l’etichetta “fisica”, che accompagna al prodotto, diventerà più breve ed essenziale, ma sarà accompagna da un QR Code, che rimanda all’etichetta digitale. Qui il consumatore potrà vedere la eventuale prova della certificazione (es. GRS o OCS) che sostiene la dichiarazione di composizione.
Altri punti in discussione
Durante la consultazione pubblica avvenuta nel 2024 erano emersi anche altri aspetti importanti che potrebbero trovare spazio nella proposta finale di revisione del Regolamento. Nell’ottica di armonizzazione e per rendere più semplice la vendita dei capi all’interno del mercato europeo, è richiesta l’armonizzazione delle informazioni su taglie e manutenzione. Dopo anni in cui ci si è mossi su base volontaria, i simboli di lavaggio e i sistemi di taglie dovrebbero diventare obbligatori e uniformi in tutta l’UE. Questo ridurrà drasticamente i resi per acquisti online errati, uno dei maggiori driver di spreco nel settore.
Uno dei punti più caldi della consultazione pubblica è stata inoltre la richiesta di chiarezza sull’autenticità dei materiali. Il nuovo regolamento estenderà probabilmente il suo raggio d’azione per garantire che i prodotti di origine animale siano chiaramente distinguibili dalle alternative sintetiche.
I tempi per l’approvazione
Dopo la presentazione della proposta prevista per giugno 2026, inizieranno i negoziati tra Parlamento e Consiglio Europeo. È ragionevole ipotizzare che il testo definitivo entri in vigore tra la fine del 2027 e l’inizio del 2028, con un periodo di adattamento di almeno 18-24 mesi per le aziende.



