Moda, funghi e sciamanesimo

DI CLIZIA MORADEI


Nell’ambito della mia ricerca di dottorato presso l’Università Iuav di Venezia, che investiga il
ruolo dei funghi nella moda, nell’autunno 2022 ho sviluppato il workshop Moda interspecie:
progettare con i funghi. Rivolto agli studenti della Magistrale in Arti visive e Moda dello
Iuav, questo ha previsto lo sviluppo di accessori da una similpelle a base di fungo Amadou,
commercializzato col nome di Muskin sulla piattaforma Lifematerials del centro di R&D
Pangaia Grado Zero. In parallelo, e in sintonia con gli obiettivi dell’attività, i partecipanti sono
stati invitati a prendersi cura di una coltivazione di micelio, da documentare con uno
storytelling per tutta la durata del workshop.

L’intento era testare se e come il prendersi cura di un organismo vivente (quale il micelio), unito all’utilizzo dello stesso come punto di partenza materiale per la progettazione, potesse influenzare il processo e gli esiti progettuali. Tra i risultati un video, particolarmente esemplificativo di alcuni aspetti emersi dalla mia
ricerca. Le prime inquadrature del video stimolano l’osservatore attraverso azioni violente
attuate nei confronti del materiale fungino il quale, nel corso della narrazione, assume le
sembianze di un marsupio-parassita, che per contro innesca una relazione d’intimità tra il
modello che lo indossa e l’ambiente palustre circostante. Ne consegue che il video è
illustrativo del lato cattivo e buono del fungo, nel suo ruolo di parassita e di alternativa
organica alla pelle sintetica o animale. Evocando un immaginario che illustra la natura
contraddittoria del fungo, il messaggio del video risponde alla sfida di porre in dialogo cura e
progetto di moda, dimostrando come questo rapporto non sia per forza pacifico né riducibile
a una pura metafora, poiché il processo creativo si traduce qui evidentemente in un rituale
fisico e concreto.

Video realizzato dagli studenti Carola Emanuela Godja, Veliko Popovich e Daria Romanova.

Il rapporto tra moda e natura che è messo in luce ha radici antichissime e, continuando a
parlare di funghi, apre a uno spettro ampio e inedito di “ritualità”. Richiama ad esempio
l’utilizzo di polveri naturali per il body painting della popolazione Kanak della Nuova
Caledonia, praticate in speciali occasioni fino alla prima metà dell’Ottocento e arrestate
dall’avvento delle missioni cattoliche evangeliche. I pigmenti, tra cui quello ottenuto dal fungo
per il nero, erano applicati su viso e torace e assumevano una funzione rituale, tra i quali il
nero rappresentava il passaggio dal mondo dei vivi a quello dei morti. L’utilizzo delle tinture
fungine è familiare anche alla moda fin dal passato, basti pensare alla tradizione tintoria
dell’oricello, un tipo di lichene diffuso nella Firenze medicea per ottenere il colore viola. Per
arrivare a oggi dove, in sintonia con un ritorno alla lentezza e alla dimensione sia locale
dell’artigianalità sia sperimentale in laboratorio (tecnica dello spalting), vi è una riscoperta
delle tinture naturali tra cui quelle derivate dai funghi. Ciò si materializza attraverso
esperienze che valorizzano le risorse della Terra come dotate di valore intrinseco e
identitario. Esperienze che ispirano pratiche di progettazione collaborativa tra specie viventi
diverse, in cui il valore risiede nel processo creativo-curativo e non tanto nel risultato finale.
L’osservazione di questo fenomeno si contestualizza in due concetti tratti dal saggio
dell’antropologo brasiliano Renzo Taddei, che ha ispirato l’edizione 2023 della fiera Artissima
di Torino e che l’ha animata col ciclo d’incontri “Il curatore planetario”.

Nel paragrafo intitolato Nature as Kinship, Knowledge as Care, emergono due riflessioni principali: il ruolo
dello sciamano nelle cosmologie amerindie e l’Antropocene* come rito passaggio (*nella
definizione di Paul Crutzen e Eugene F. Stroemer degli anni duemila il termine indica l’epoca
geologica corrente in cui l’uomo è visto come l’artefice e manipolatore – dannoso – del
mondo). Lo sciamano è interpretato dall’autore come mediatore tra visioni parallele del
mondo, di cui solo una è quella umana, e come arbitro nella gestione della coesistenza tra
esseri di specie diverse ma esistenzialmente interconnessi. Pertanto, spetta a lui il difficile
compito di occuparsi di questioni di vita e di morte; concetti non comprensibili con la sola
umana conoscenza ma che, usando il termine “cura”, si possono arrivare a comprendere. Da ciò deriva che “every act of knowing is, first and foremost, an act of care”. Interessante è che
questa “conoscenza come forma di cura” sia inserita da Taddei in una visione di Antropocene
come immenso rito di passaggio che, come tale, è inevitabilmente anche doloroso. Ne
consegue che, comprendere le relazioni interspecie, implica non solo mettere da parte
l’umano, ma anche reinterpretare i termini di vita e di morte. Laddove ciò che è benefico per
qualcuno può non esserlo per qualcun altro (perfino per l’umano), senza escluderne l’utilità
nel mantenimento dell’equilibrio dell’ecosistema.


Per una conclusione aperta, se una forma di conoscenza intesa come atto di cura implica
necessariamente una crescente attenzione rispetto all’utilizzo delle risorse materiali nella
progettazione, come gli sciamani alla guida dei riti di passaggio, anche i fashion designer
potrebbero essere definiti tali quando si prendono cura dell’ecosistema assumendo
un’attitudine che integra nei processi altri organismi (rispondendo anche ai loro bisogni) e
adoperando appositi “ingredienti” nel rispetto delle disponibilità planetarie.


Riferimenti:
Angleviel, F., Dooris, M., & Vikram, I. (2010). “Dress in New Caledonia”. In M. Maynard & J. B.
Eicher (a cura di), Berg Encyclopedia of World Dress and Fashion: Australia, New Zealand, and
the Pacific Islands (Vol. 7, pp. 484–487). Berg.
Taddei, R. (2022). “Intervention of Another Nature: Resources for Thinking in (and out of) the
Anthropocene”. In C. Miguel & V. Grossman (a cura di), Everyday Matters: Contemporary
Approaches to Architecture (pp. 124–141). Ruby Press.
https://umaincertaantropologia.org/intervention-of-another-nature-resources-for-thinking-
in-and-out-of-the-anthropocene/.

Tratto dalla tesi di dottorato “Funghi per una moda interspecie. Dai margini a un’ecologia dell’intimità”
Dottorato in Arti visive, Performative e Moda – indirizzo Moda. Percorso interdisciplinare “Progetto della sostenibilità”
Università IUAV

Cover image: tratta dal video realizzato da Carola Emanuela Godja, Veliko Popovich e Daria Romanova.

BIOGRAFIA

Clizia Moradei è dottoranda in moda presso l’Università Iuav di Venezia, jewelry designer indipendente e vincitrice del Premio Stoccolma 2023 per l’ambito moda sostenibile. Il suo approccio alla ricerca ibrida teoria e pratica progettuale, concentrandosi sullo sviluppo di prospettive interdisciplinari che intrecciano moda, design del prodotto, arti visive e studi ecologici, con una particolare attenzione al ruolo dei materiali e dei processi.

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