Non è mai stato così difficile parlare di strategie, di attrattività, di business in generale: fare impresa oggi significa dover fare i conti con l’incertezza, che da una settimana all’altra può stravolgere lo scenario in cui si opera. E la risposta non può essere diversa da quella di cercare di adeguarsi, di limitare i danni, di riposizionarsi. Chi si ferma è perduto: non è mai stato così faticoso essere una impresa del Made in Italy, questo è certo. Qual è il potenziale di un prodotto “Bello e Ben Fatto”: lo ha cercato di fotografare il report del Centro Studi di Confindustria nella nuova edizione del rapporto “Esportare la Dolce Vita”. Solo che mentre il rapporto era in elaborazione, non era immaginabile l’imminente attacco all’Iran e tutto quello che ne consegue: mentre l’accordo UE/ India e l’imminente entrata in vigore di quello con il Mercosur sembrano aprire nuove opportunità, altri mercati che apparivano interessanti, come quelli del Medio Oriente, stanno svanendo dalla geografia commerciale.
Una pressione enorme per le aziende del Made in Italy, che nel 2025 hanno esportato 746 miliardi di beni: di fatto siamo il quinto Paese esportatore al mondo (dopo Cina, USA, Germania e Giappone). Nel volume totale dell’export sono compresi 170 miliardi che fanno parte di quello che il rapporto definisce “Bello e Ben Fatto”, e in questa particolare classifica siamo secondi (dopo la Cina): prodotti delle filiere della moda, della pelle, dell’occhialeria, della nautica, del food, che investono in materiali di qualità, accuratezza delle lavorazioni, design e che di fatto rendono riconoscibile nel mondo la manifattura italiana.

A conti fatti il 2025 si è chiuso per il settore moda meglio del previsto, nonostante l’uragano dei dazi di Trump: proprio questa vicenda, però, è emblematica dell’incertezza che crea danno al settore. Questi dazi prima minacciati, poi imposti, che alla fine nell’agosto del 2025 hanno raggiunto una misura condivisa, ma che adesso la decisione della Corte Suprema sulla loro inammissibilità rimette di nuovo in gioco: Trump potrebbe usare questa decisione per mescolare nuovamente le carte in tavola e rimettere in discussione gli accordi presi (in senso peggiorativo). E in questa situazione come può un’impresa fare affari e definire un prezzo?
Uno dei punti di forza del Made in Italy è quello di poter contare su filiere produttive integre, che rendono possibile realizzare beni da mettere sul mercato. Ma non solo questo: un altro punto di forza è la resilienza delle nostre imprese: secondo il Centro Studi di Confindustria circa l’8/10% dell’export è legato a nuovi mercati. Questo significa che le aziende non stanno ferme, sono alla ricerca di nuove opportunità, perché in momenti di così grave incertezza è importante avere più porte aperte possibili. Lavorare in questo modo è molto faticoso, c’è una pressione straordinaria, che poi si riflette su tutta la filiera.
Cosa sappiamo fare meglio?
Il report ha un’appendice molto interessante che analizza l’export di una serie di prodotti, suddivisi per mercati di sbocco e con una indicazione del posizionamento del prodotto italiano in quei mercati. Emerge che l’Italia è la prima esportatrice mondiale di prodotti in lana (cappotti in maglia, abiti in lana, maglioni, maglie di cashmere, completi e giacche) mentre sui materiali sintetici e in cotone perdiamo il primato a favore di altri Paesi, soprattutto asiatici. Questo è anche un indice del posizionamento del prodotto italiano: quando si tratta di trasformare un prodotto che ha un valore elevato o utilizza una fibra nobile siamo praticamente imbattibili. Molti di questi prodotti vengono esportati anche in Cina, dove il prodotto italiano di alto livello mantiene il primato. E questa è una fotografia che riguarda i prodotti finiti e non i semilavorati: quindi i tessuti, ad esempio, non compaiono in questo lavoro.
A livello di mercati potenziali, il report individua in Cina, Emirati Arabi Uniti e Turchia quelli più interessanti: ma questa fotografia risale alla scorsa settimana, e il contesto è già cambiato. Messico e Brasile appaiono destinazioni attraenti, dove il prodotto italiano potrebbe avere successo, ma è un mercato da costruire, sul quale è necessario lavorare. Non solo per le difficoltà doganali, che adesso potrebbero essere superate dall’accordo Mercosur, ma anche per la frammentarietà della distribuzione e per la competitività dei brand locali. Stesso problema anche con l’India, sul quale però influisce anche uno stile di vita molto diverso da quello europeo, che necessita di essere compreso prima di portare avanti qualsiasi strategia di penetrazione. In definitiva è la conoscenza la chiave di Volta per portare avanti una strategia di penetrazione di un mercato: una relazione commerciale non può non tenere conto anche dell’aspetto culturale, per essere proficua.
Bello e Ben Fatto: e la sostenibilità che ruolo gioca?
Proprio la conoscenza, intesa anche come educazione e informazione, è destinata a svolgere un ruolo fondamentale anche nel racconto degli attributi del proprio prodotto. Mi spiego meglio: avere un prodotto tracciato, realizzato da una filiera responsabile, con un impatto ambientale ridotto è un plus che deve essere raccontato e condiviso con attenzione e precisione. Soprattutto quando si affaccia in mercati che non hanno la stessa maturità normativa su questi temi, è importante informare i propri partner per sensibilizzarli su un certo tipo di produzione. D’altra parte un prodotto “ben fatto” non è anche un prodotto responsabile? Quindi la sostenibilità non è destinata a perdere di importanza nell’approccio a nuovi mercati, ma anzi diventa centrale nella condivisione di quel valore e di quei valori che il Made in Italy vuole portare nel mondo e le aziende italiane possono diventare le migliori ambasciatrici anche di un approccio sostenibile alla produzione.



